27 Febbraio 2020

Cloro, varichina, amuchina: ecco com’ è nata l’ acqua santa dell’ era coronavirus

inventato negli anni ’30 per combattere la tubercolosi, impiegata come disinfettante durante la seconda guerra mondiale per bere senza rischi, diventò tra anni ’50 e anni ’70 il prodotto più utilizzato negli ospedali per la disinfezione delle macchine per dialisi
«Facite Tutti Ammuina»: è una famosa fake news storica su un ordine per cui, se si presentava a bordo all’ improvviso un alto papavero, i marinai del Regno delle Due Sicile avrebbero avuto l’ incarico di fare più baraonda possibile , in modo da farsi vedere attivi anche se in realtà non serviva a niente. «All’ ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’ o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à». Fake news storica, ripetiamo . Ma dopo che la paura per il Coronavirus la ha fatta letteralmente sparire dalla circolazione, come «Facite Tutti Amuchina» potrebbe essere forse parafrasata l’ attuale febbre per fabbricarsela in casa. Con ricette improbabili che fioriscono sui Social, e che pure stanno configurando una fake news di proporzioni storiche. Il Codacons ha addirittura presentato una denuncia per speculazione alla Procura della Repubblica di Roma e alla Guardia di Finanza. «Il classico gel igienizzate dell’ Amuchina da 80 ml, che normalmente si trova in commercio a circa 3 euro, viene oggi venduto sul web a 22,5 euro la confezione, con un ricarico sul prezzo al pubblico del +650%», ha denunciato il presidente Carlo Rienzi . Senza aspettare esposti, la Procura di Milano ha intanto aperto un fascicolo di propria iniziativa. Non solo in Italia, peraltro. L’ Organizzazione Mondiale della Sanità ha addirittura pubblicato una ricetta sul suo sito. Per preparare dieci litri di disinfettante, spiega il documento, servono 8,3 litri di alcol etilico al 96%, 420 millilitri di acqua ossigenata al 3% e 145 millilitri di glicerolo al 98%, portando poi la soluzione risultante al volume di 10 litri con acqua sterile. L’ acqua da utilizzare deve essere distillata o fatta bollire e poi fatta raffreddare. Il contenitore può essere di plastica o vetro, mentre la soluzione può essere mescolata con attrezzi di plastica, metallo o legno. Da confrontare ad esempio con una delle ricette fai da te che giravano sui Social italiani, secondo cui sarebbe bastato diluire 2,5 cc di normale candeggina da bucato «prelevabili con una comunissima siringa» in mezzo litro d’ acqua per ottenere «una soluzione totalmente analoga all’ Amuchina stessa». Non è proprio così in realtà, anche se è vero che candeggina e amuchina sono strettamente imparentati. “Amuchina” non è un nome generico, ma un marchio commerciale depositato dall’ azienda Angelini (Acraf spa). Fu inventato negli anni ’30 per combattere la tubercolosi, fu impiegata durante la Seconda Guerra Mondiale per disinfettare l’ acqua da bere, diventò tra anni ’50 e anni ’70 il prodotto più utilizzato negli ospedali per la disinfezione delle macchine per dialisi e per la dialisi peritoneale. La materia prima è il sale di sodio dell’ acido ipocloroso, o più brevemente ipoclorito di sodio: formula chimica: NaClO. Bisogna però diluire con il 25% di acqua. Se ce ne è di meno, non potrebbe essere usata come disinfettante alimentare, perché tossica. Di più, non sarebbe efficace. Nella candeggina invece l’ acqua è solo il 10%, ma la soluzione è poi stabilizzata con l’ aggiunta di carbonato di sodio o solfato di sodio. Insomma, non è una trasformazione che si può fare a occhio. La candeggina ha meno acqua perché non è di uso alimentare, ma si usa per sbiancare: un potere che acquisisce grazie alla energica azione dell’ ossigeno in seguito alla reazione di decomposizione del clorito di sodio. E la varecchina? È la stessa cosa. Varecchina, o varechina, o varichina a seconda dei termini dialettali. Candeggina è dalla radice latina: una cosa che rende candido. Varechina è invece da un inglese antico di origine scandinava wraec , che in francese diventa varech : “relitto”, “avanzo di naufragio”, e poi un tipo di cenere ottenuto bruciando le alghe marine raccolte sulla battigia. In italiano «varècchi», che ricchi di sodio e potassio dall’ alto potere sbiancante venivano messi nell’ acqua dove si bolliva il bucato. Come può spiegare qualunque chimico, gli ossidi di metalli alcalini a contatto con l’ anidride carbonica presente nell’ aria si trasformano infatti in carbonati, che in soluzione calda staccano i grassi dai tessuti. Un procedimento per produrre ipoclorito di sodio a partire dall’ ipoclorito di calcio e dal carbonato sodico fu brevettato in Italia su modello francese da un Dott. Ramarino, che coniò pure il termine «Varechina» poi adottato da un Consorzio di imprese produttrici in Toscana e Lazio, mentre quelle sarde preferirono «Varecchina» con due c. Ma in Toscana si usava anche il termine «acquetta» o «acquina», mentre soprattutto in Romagna e nel resto del Nord si diceva «nettorina» o «nitorina»: perché nettava. In Piemonte e Lombardia circolava poi il termine «conegrina», di etimo incerto . E nel Centro e nel Sud «neveina» o «niveina», per rendere «candido come la neve». Ma i termini più antichi sono acqua di Labarraque o acqua di Javel. Anzi, eau de Javel, in francese. E qui andiamo proprio all’ alba dell’ Amuchina & C. Nel 1774 – due anni prima della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti – lo svedese Carl Scheele è il primo chimico a isolare il cloro . Lo chiama così dal nome greco del suo colore verde: Costanzo, l’ imperatore padre di Costantino, era soprannominato Cloro per la sua faccia pallida. E constata sia la sua capacità di asfissiare che quella di sbiancare. Di lì a 140 anni il cloro in forma di gas sarà infatti usato per uccidere, sui campi della Grande Guerra. Ma in dosi moderate serve anche per disinfettare: esempio, nelle piscine . Appassionato chimico e al tempo stesso ispettore di tintorie, già nel 1777 Claude-Louis Berthollet inventa un agente sbiancante fatto con potassa di cenere e acqua di cloro che fa fabbricare in una manifattura nel villaggio di Javel, a ovest di Parigi. L’ eau de Javel , appunto. Nel 1785 descrive il processo in una relazione, e nel 1786 viene a conoscerla a Parigi lo stesso James Watt . Uno scambio alla pari, perché l’ imprenditore-inventore scozzese spiega ai francesi la sua macchina a vapore, e poi al ritorno applica l’ acqua di Javel allo stabilimento tessile del suocero. Significa poter ottenere in poche ore quel che in precedenza richiedeva mesi, esponendo i tessuti mattino dopo mattino al potere sbiancate della rugiada. Da qui la linea di evoluzione che porta alla candeggina. Sempre partendo dal cloro, nel 1820 è invece il farmacista Antoine Germain Labarraque che mette assieme cloruro e ipoclorito di sodio nel liqueur de Labarraque . E con esso inizia la rivoluzione disinfettante che negli ospedali ridurrà drasticamente la mortalitè da infezioni, prima ancora che Pasteur ne scopra i meccanismi. Ed è qui che andiamo verso l’ Amuchina. Attorno al 1900 venivano chiamate acqua di Javel l’ ipoclorito di potassio e acqua di Labarraque quello di sodio. Poi anche nel disinfettante si è sostituito il sodio al potassio, cambiando il nome. Dagli ospedali, il cloro iniziò a essere utilizzato come disinfettante un po’ dappertutto proprio durante la Spagnola: l’ epidemia di influenza che fece strage sul finire della Prima Guerra Mondiale e subito dopo, e che qualcuno oggi paragona al Coronavirus. Quanto all’ Amuchina, in Italia divenne onnipresente per disinfettare acqua, frutta e verdura in particolare dopo l’ epidemia di colera del 1973. Proprietaria della Amuchina dal 2000, Angelini Pharma ha stigmatizzato la speculazione. «L’ Azienda è totalmente estranea ad alcuni ingiustificati rincari rilevati dai consumatori e segnalati anche dai media, verso i quali esprime una ferma condanna» ha detto in un comunicato, in cui si è impegnata ad aumentare l’ offerta apposta per venire incontro alla maggior domanda. In particolare, ha aumentato la produzione nello stabilimento di Ancona e ha focalizzato la fabbrica di Casella sulla produzione di disinfettanti esternalizzando i detergenti. «Angelini Pharma ritiene opportuno precisare che il prezzo ai propri canali diretti di tutti i prodotti a marchio Amuchina è rimasto invariato e non ha subito alcuna variazione rispetto al periodo pre-epidemia da Coronavirus», tiene pure a ricordare. Si punta a raddoppiare la produzione, e dovrebbe esserci nuove assunzioni. Tutti a fare Amuchina.

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