16 Giugno 2011

Classi pollaio, Gelmini bocciata

ROMA Stop alle aule superaffollate e via libera a un’ azione legale collettiva per tutelare chi nella scuola vive e lavora tutti i giorni. Il consiglio di Stato ha, infatti, dato il suo ok alla class action promossa dal Codacons sulle cosiddette “classi pollaio” (ossia quelle sovraffollate dove il numero di alunni supera il limite di 25), già accolta dal Tar del Lazio e, mentre viale Trastevere si è affrettato ad assicurare che il piano per l’ edilizia scolastica sarà emanato al più presto, il Pd ha annunciato una proposta di legge per chiedere una commissione parlamentare d’ inchiesta sulla questione. La decisione di Palazzo Spada – ha spiegato il Codacons – rigetta il ricorso del ministro dell’ istruzione Mariastella Gelmini e dichiara «la piena ammissibilità della prima class action italiana contro la pubblica amministrazione». Ora – secondo l’ associazione dei consumatori – il ministero «dovrà obbligatoriamente emanare il piano di edilizia scolastica come stabilito dalle leggi vigenti». Il Tar aveva già ordinato al ministro di emanare il Piano generale di edilizia scolastica, ma il dicastero dell’ Istruzione aveva presentato un ricorso al Consiglio di Stato, ricorso ora rigettato sottolineando, tra l’ altro, la necessità di una «riqualificazione dell’ edilizia scolastica, in specie di quelle istituzioni non in grado di reggere l’ impatto delle nuove regole introdotte con riguardo alla formazione numerica delle classi». Chiamato in causa, il ministero dell’ Istruzione ha assicurato che il Piano generale per l’ edilizia scolastica sarà presentato al più presto. Il Pd ha chiesto la convocazione di una specifica commissione parlamentare d’ inchiesta, sostenendo l’ iniziativa con il conforto dei dati: in Italia due edifici scolastici su tre – ha denunciato – non sono a norma di legge; solo il 46 per cento delle scuole ha il certificato di agibilità statica, contro il 98 per cento della Germania, il 93 per cento della Francia, il 92 per cento dell’ Inghilterra e il 53 per cento dell’ Albania. Per i sindacati non si può più perdere tempo.

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