28 Gennaio 2005

Class action contro Parmalat: al via 32 mila cause

IL COMITATO DI TUTELA PROMOSSO DAL SANPAOLO IMI PROPONE LA PRIMA AZIONE DI MASSA ALL?ITALIANA



Class action contro Parmalat: al via 32 mila cause






MILANO
Un nuovo spettro si aggira per le aule dei palazzi di giustizia dove si affronta la vicenda Parmalat: è il Comitato Parmalatbond, 32 mila persone (ma il loro numero è destinato ad aumentare) riunite dall?istituto di credito San Paolo Imi, che chiedono ai responsabili del più grande crack finanziario degli ultimi tempi di essere risarcite. Una vera e propria ?class action? che ha fatto la sua comparsa ieri in apertura del processo immediato contro i revisori di Parmalat, i rappresentanti di Grant Thornton, Lorenzo Penca e Maurizio Bianchi. Un processo aperto e, dopo le richieste di costituzione di parte civile, subito rinviato al 17 marzo prossimo. I 32 mila del Comitato Parmalatbond sono solo una parte di quel «popolo dei bond» che attende giustizia dalla gigantesca truffa messa in atto dal gruppo di Collecchio di Calisto Tanzi e da quelle banche che l?accusa ha individuato come corresponsabili del disastro finanziario.
E questo è solo il primo passo. «Siamo in attesa dell?adesione di altre migliaia di investitori», hanno spiegato ieri gli avvocati Emilio Balocco, civilista, e Carlo Federico Grosso, penalista. «E il prossimo 17 marzo, data in cui è stata aggiornata l?udienza, faremo una seconda costituzione con le procure che arriveranno nel frattempo. Per quanto riguarda il processo di Parma, faremo una costituzione di massa in sede di apertura del dibattimento».
Sarà Balocco, grazie a una speciale procura, a rappresentare questo esercito di investitori, ciascuno dei quali ha firmato personalmente una delega. Il Comitato, cui finora hanno aderito 41mila persone in tutt?Italia, danneggiate per oltre 500 milioni di euro, si propone di costituirsi parte civile negli ulteriori procedimenti penali che si svolgeranno sia a Milano che a Parma e non esclude di puntare a un posto nel consiglio d?amministrazione della nuova Parmalat. «Faremo fino in fondo gli interessi dei nostri clienti», ha spiegato il professor Grosso. E se le indagini dovessero coinvolgere lo stesso San Paolo? «Come è stato chiarito fin dalla nascita del Comitato nel caso in cui in una controversia fosse coinvolto il San Paolo, ogni componente sarebbe libero di agire nei confronti dell?istituto torinese rivolgendosi però a legali propri».
Alle richieste del Comitato ieri si sono aggiunte anche quelle di associazioni e movimenti come Federconsumatori, Adusbef, Codacons, Movimento Consumatori e anche la Italaudit, il nuovo nome della società che ha sostituito Grant Thornton. Tra le parti offese indicate dalla procura ci sono invece la Consob e la nuova Parmalat di Enrico Bondi. Un fronte vasto e agguerrito che per ora trova come avversari gli unici due imputati di questo processo, scaturito come una costola da quello principale per aggiotaggio, gli ex amministratori della società di revisione Lorenzo Penca e Maurizio Bianchi. Che si difendono come possono: «Noi siamo stati uccisi da documenti falsi di cui non potevamo accorgerci, nonostante i pm sostengano l?esatto contrario». E adesso, sostengono, «abbiamo fretta di arrivare a chiarire, ci sono difficoltà a trovare lavoro e ci sono famiglie da mantenere». Accusati di aggiotaggio, false comunicazioni e ostacolo alla Consob, Penca e Bianchi raccontano di non aver mai pensato di patteggiare la pena «perché siamo innocenti». E rimpallano le responsabilità maggiori alla Deloitte & Touche (imputata in altro processo) «che doveva revisionare la nostra attività».
Ma sono in molti a dover rispondere del crack di Collecchio. Come le banche, ad esempio, che si occuparono dell?emissione dei bond e il cui comportamento viene stigmatizzato nella nuova perizia depositata nei giorni scorsi a cura del consulente del pm, la commercialista Paola Chiaruttini. Già nel febbraio del 2003 era evidente che Parmalat e le istituzioni finanziarie coinvolte nelle emissioni obbligazionaria avevano fornito al mercato informazioni non corrette. L?annuncio e l?immediata rinuncia al bond di febbraio costituisce la chiave di lettura delle modalità con cui sono state pianificate e comunicate le emissioni successive. Il fatto che Parmalat avesse intenzione di indebitarsi ancora attraverso emissione di obbligazioni a condizioni di tasso sfavorevoli, a breve distanza dall?emissione del 2002, e avendo apparentemente abbondanti risorse liquide in cassa, secondo il consulente, non poteva non aver allertato gli operatori finanziari. Conclusioni che si riveleranno utili soprattutto all?accusa per chiudere nei prossimi giorni l?indagine stralcio sulle banche e chiedere il rinvio a giudizio per aggiotaggio di Deutsche Bank, Ubs, Nextra (società gestione risparmio di Banca Intesa), Citigroup e Morgan Stanley.

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