3 Marzo 2011

“Cirio, condannate Cragnotti e Geronzi”

Il pm: 15 anni al manager e 8 al banchiere L’ ex patròn della Lazio: «Una richiesta assurda» Il Codacons: «All’ estero avrebbero l’ ergastolo»

T orna alla ribalta delle cronache giudiziarie la pagina nera del «crac» Cirio. Quindici anni per Sergio Cragnotti, dodici anni per il suo genero Filippo Fucile, otto anni ciascuno per Andrea Cragnotti ed Elisabetta Cragnotti e otto anni per l’ ex presidente della Banca di Roma, Cesare Geronzi: sono queste le condanne richieste ieri a conclusione della requisitoria dai pubblici ministeri nel processo per il clamoroso dissesto della società agroalimentare. L’ accusa inoltre ha chiesto altre condanne varianti dai quattro ai sei anni di reclusione. In particolare sei anni sono stati chiesti anche per un altro figlio di Cragnotti, Massimo. Per tutti poi sono state chieste l’ interdizione dai pubblici uffici e l’ interdizione da attività. A nessuno degli imputati i pubblici ministeri hanno riconosciuto le attenuanti generiche, nemmeno agli incensurati. Insomma richieste pesanti. Ma commisurate all’ entità del caso. Ammontava infatti a circa tremila miliardi di lire il debito del Gruppo Cirio quando andarono in default obbligazioni per 1.125 milioni di euro emesse tra il 2000 e il 2002, mandando all’ aria i progetti e i soldi di migliaia di risparmiatori italiani. Lo ha sottolineato il pm Gustavo De Marinis nella sua requisitoria, in cui ha delineato i ruoli dei protagonisti di questa vicenda: «Sergio Cragnotti era il motore di tutto – ha esordito il magistrato – e, in quanto personaggio dal carattere accentratore, era al centro di tutte le decisioni ». Accanto a lui figura una serie di stretti collaboratori, a cominciare dal direttore finanziario, nonché suo genero, Filippo Fucile. Più defilati i ruoli degli altri familiari dell’ ex patron della Lazio (i tre figli e la moglie) ma «certe operazioni all’ interno del Gruppo Cirio sono state possibili proprio grazie al consenso di persone di stretta fiducia». Parlando poi del ruolo svolto dagli istituti di credito, il pm De Marinis si è soffermato a lungo su quello attribuito alla Banca di Roma. «Il cliente Cragnotti è stato trattato da questa Banca in un modo assolutamente anomalo…. La Banca di Roma aveva una conoscenza approfondita della situazione in Cirio – ha proseguito il pm – , della realtà del suo cliente e nonostante ciò ha avallato il protrarsi di quell’ apporto che si è andato sviluppato nel tempo anche se, mano a mano, l’ istituto stesso cercava di prendere le distanze tentando di avere nuove garanzie da parte del cliente o prevedendo ulteriori finanziamenti scaricando su altri il rischio. Lo scopo era rientrare almeno parzialmente dell’ esposizione». E’ il caso dei bond Cirio, finiti sulle spalle dei piccoli e medi risparmiatori quando erano destinati agli investitori istituzionali. «Una richiesta assurda»: così il principale imputato Sergio Cragnotti, ex patron della Cirio, ha commentato, parlando con uno dei suoi difensori la richiesta di condanna a 15 anni. Di segno opposto il commento del Codacons, che giudica «eccessivamente benevola e leggera» la richiesta. «Questi signori meritano pene più severe – spiega il presidente Carlo Rienzi – e se la vicenda Cirio fosse avvenuta all’ estero, di sicuro non avrebbero evitato l’ ergastolo ».

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