19 Febbraio 2010

Cipaf, vecchio depuratore nel mirino

BUJA. Ci vorrà una perizia per capire se il nuovo depuratore del Cipaf, in corso di realizzazione con 3,2 milioni di euro di soldi pubblici e "origine" dell’ inchiesta della Procura di Tolmezzo, che ha visto finire 12 persone indagate (al momento) per abuso d’ ufficio, è stato progettato correttamente. Se, insomma, è in grado di depurare le acque della più grande zona industriale della regione, visto anche il previsto ampliamento dell’ area produttiva. Secondo la procura di Tolmezzo, che si avvale dell’ appoggio dei carabinieri del Reparto operativo di Udine, l’ impianto non sarebbe in grado di assolvere al suo compito, così però come il "vecchio" depuratore, quello realizzato nel 2004. Partiti da un esposto del Codacons, messo in allarme proprio dall’ ex gestore del vecchio depuratore, Leandro Taboga – che per rispondere alle indicazioni della Provincia sosteneva come sarebbe bastato un rapido e molto più economico restilyng del vecchio impianto anzichè la realizzazione di quello nuovo – gli inquirenti hanno analizzato strutturalmente il vecchio depuratore verificando come lo stesso abbia i "piedi d’ argilla". Per i militari dell’ Arma, che si sono avvalsi anche dell’ appoggio di una ditta specializzata di Pisa, nell’ impianto affluirebbero non solo le acque da depurare, quelle uscite dalle lavorazioni delle industrie della zona, in primis Fantoni e Ferriere Nord, ma anche quelle di raffreddamento degli impianti. Acque evidentemente pulite e che, per legge, non devono assolutamente essere mescolate con le acque sporche. Per gli inquirenti a monte del depuratore vi sarebbero gravi mancanze. In pratica non vi sarebbe un sistema "di segregazione", di separazione tra le acque sporche e quelle di raffreddamento degli impianti. Il termine "segregazione" fu proprio utilizzato da un luminare in materia, il professor Franco Cecchi, chiamato sei anni fa proprio dal Cipaf a chiarire il tipo di interventi da effettuare nell’ area industriale per osservare le disposizioni della Provincia, competente per legge in materia ambientale. A conti fatti, le grandi imprese dell’ area, secondo quello che pare essere il teorema della Procura, non avrebbero realizzato idonei sistemi di separazione delle acque mettendo tutto nelle mani del Cipaf e del depuratore consortile. Da questo ovviamente finora sono uscite acque depurate, ma solo perchè quelle sporche, con sostanze come cromo e formaldeide, vengono diluite nelle acque di raffreddamento degli impianti che li non ci dovrebbero finire. Ultimo punto, come sarebbero state aggirate le regole, e in particolare la determina 39 del 2004 in cui la Provincia imponeva la separazione dei due tipi di acque, quelle pulite e quelle sporche? Secondo la Procura con l’ introduzione della frase «per quanto possibile» nella determina stessa (per l’ accusa fatta inserire dall’ ex presidente della provincia Strassoldo per favorire gli industriali), un inciso inammissibile nel diritto amministrativo, dove l’ ancora di salvezza "per quanto possibile" non esiste. Un punto che non è sfuggito agli inquirenti. In sintesi, per l’ accusa da anni, nel canale di sfogo, e poi nel Tagliamento, nel bel mezzo di un sito di interesse comunitario, ci finirebbero dei veleni, solo diluiti dalle acque di raffreddamento. Toccherà ora al Gip del Tribunale di Tolmezzo, dopo gli interrogatori dei componenti dell’ ex Cda del Cipaf, previsto per venerdì prossimo, decidere il da farsi. ( a.s. )

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