30 Marzo 2017

CINQUE ANNI SOTTO PROCESSO PER INVIDIA

CINQUE ANNI SOTTO PROCESSO PER INVIDIA 
assolta in appello
dall’inchiesta «camici sporchi», ora maria grazia modena, ex primaria di
cardiologia a modena, accusa: «era una montatura di alcuni colleghi».

Nove novembre 2012, 5.30 del mattino: i carabinieri del Nas suonano alla porta della professoressa Maria Grazia Modena, ex primaria di cardiologia del Policlinico di Modena, per notificarle la misura cautelare dei domiciliari. Contemporaneamente scattano arresti nei confronti di altri otto medici, da Torino a Catania. Elicotteri e pattuglie sono dispiegate su tutta Italia per un totale di 150 uomini. Il caso finisce anche alla ribalta delle cronache internazionali. È l’inchiesta «Camici sporchi» condotta dalla Procura di Modena relativa a ipotetiche sperimentazioni abusive su pazienti ignari nel reparto di cardiologia. I reati contestati ai vari indagati vanno dall’associazione per delinquere alla corruzione, dalla violenza privata all’abuso di ufficio, dal falso al peculato. La denuncia parte dal Codacons, associazione di consumatori a cui arrivano plichi anonimi contenenti elenchi di pazienti deceduti e presunte vittime di complicazioni nel laboratorio di emodinamica della stessa cardiologia del Policlinico. Sul tavolo della procura anche elenchi, sempre anonimi, di sperimentazioni clandestine fatte spesso con materiale difettoso, insieme alla denuncia presentata dall’associazione Amici del cuore, sulla cui segnalazione interviene la Regione Emilia Romagna che nomina una commissione per iniziare un’indagine presso tutti i laboratori di emodinamica della Regione. Nel 2013 ha inizio il maxi processo, che coinvolge gli stessi medici insieme a 42 aziende elettromedicali italiane ed estere. La professoressa Maria Grazia Modena sceglie il rito abbreviato: in primo grado la pesante condanna a sei anni e mezzo, ridotta a quattro di reclusione più cinque anni di interdizione dai pubblici uffici. Nel dicembre 2016 la svolta e l’assoluzione in Appello della cardiologa per non aver commesso il fatto e perché il fatto non costituisce reato. Maria Grazia Modena, all’interno di due differenti libri, ha deciso di raccontare la propria verità, quella che ritiene essere l’unica possibile. Come si sente oggi, a fronte di una sentenza che l’assolve da reati gravissimi? Sapere di essere stata dichiarata innocente, per un innocente, rappresenta una sensazione molto più forte di qualunque arresto. Fin dal momento in cui ho realizzato che quello che stava succedendo coinvolgeva prevalentemente me stessa, ho pensato che fosse un enorme errore giudiziario, poi un incubo da cui ero certa mi sarei svegliata molto presto e invece è durato cinque lunghi anni. Lei si è paragonata alla nota virologa Ilaria Capua… Non per statura scientifica ma per analogia di posizione, di tipo di incubo in cui dalla mattina alla sera è piombata per la stessa tipologia di reati. A lei, poi assolta, venivano contestati associazione per delinquere, corruzione e abuso d’ufficio. In sostanza sarebbe stata a capo di una cupola, come me, secondo le procure, finalizzata a introiti personali sfruttando la pelle dei pazienti. La Capua avrebbe creato ceppi di virus dell’influenza aviaria per foraggiare le case farmaceutiche che producevano vaccini. E lei invece? Io sarei stata la dama nera del cuore – come mi hanno descritto su un quotidiano on line, accomunandomi ad altre quattro dame nere della sanità – per essermi procacciata denaro speculando su valvole e bypass impiantati su pazienti che non avevano necessità di essere operati. Soldi sono mai stati trovati? Né a me né a nessuno dei medici indagati. Ma neppure feriti o pazienti morti: non sono stati dimostrati decessi né complicanze. Tutti i pazienti sono stati richiamati ma le istituzioni del Policlinico e dell’Università non sono riuscite o non hanno voluto governare la notizia. Inoltre, come dimostrato nel corso delle indagini, tutti gli stent erano sotto marchio della Comunità europea e in uso comune in tutti i laboratori di emodinamica nazionali e internazionali. Però il suo volto, legato al termine «mela marcia», ha fatto il giro di tutte le trasmissioni televisive. Come la Capua, sono finita in un tritacarne mediatico. Ho patito la vergogna di camminare nei luoghi dove sono cresciuta e ho vissuto sotto lo sguardo sprezzante, diffidente e accusatorio, più che della gente comune, dei colleghi. A Report fu mostrato a 20 giorni dalla prima sentenza in abbreviato un video che mostrava una presunta sperimentazione su un paziente. E invece? In realtà i giornalisti furono invitati a entrare la sera in reparto dai miei principali accusatori – due colleghi – per raccontare calunnie sul traffico di stent e sulla presunta scomparsa di cartelle truccate e di materiali da sala operatoria, mentre un anonimo operatore sanitario lanciava in prima serata su Rai 3 la terribile ipotesi che 400 pazienti girassero ancora con impiantato materiale sospetto e difettoso. In realtà era stato trasmesso un video di un corso che si era svolto di giorno e sotto gli occhi degli allievi, cardiologi arrivati da diverse parti d’Italia, per partecipare alla formazione. Secondo lei da che cosa nasce il caso? Ci terrei intanto a precisare che il mio nome è stato infangato anche negli Stati Uniti, dove la notizia del mio arresto è stata divulgata su un sito scientifico e mostrato come lo scandalo della donna presidente della società dei cardiologi italiani finita in manette per corruzione. Il caso non esiste. È questo il punto. È tutta una montatura voluta da colleghi – pochi fortunatamente – che non avevano accettato la chiamata di un illustre cardiologo emodinamista al loro posto (Giuseppe Sangiorgi, ancora sotto processo, ndr), quando morì l’allora responsabile del laboratorio. Si tratta di lotte di potere in un ambiente notoriamente maschilista che hanno portato, alla fine, a un’unica verità di cui mi ritengo colpevole. Quale? Aver cercato in ogni modo di far eccellere il reparto di cardiologia; un reparto universitario che per definizione deve mirare all’eccellenza. La mia principale colpa e accusa da parte della Procura è stata sempre quella di corruzione non per denaro ma per prestigio. Ma io mi chiedo: il prestigio è una colpa? Mi risulta, e lo dimostra il mio caso, che sia l’invidia e non l’ambizione una colpa capitale. Le accuse secondo i giudici della Corte d’appello, erano inesistenti. La Corte ritiene che non sussista un reale fondamento: in sostanza un castello di carta che ben presto è crollato. Però lei non è stata ancora reintegrata al suo posto. Io aspetto ancora la chiamata dei vertici dell’ateneo e del Policlinico a tre mesi e mezzo dall’assoluzione, ma ad oggi nessuno si è fatto vivo. Eppure è un mio diritto riprendere a insegnare, a fare ricerca e curare i miei pazienti che mai hanno perso fiducia in me. L’ho giurato a Ippocrate e non ho mai mancato alla promessa, che rappresenta il mio motivo di vita. Lei però non è nuova alle cronache internazionali… Nel 1977, tornata da Houston, Texas, dove andai ad assistere un piccolo paziente per un intervento complicato al cuore, conobbi il dottor Frank Sandiford, un luminare della cardiochirurgia che lavorava con il più noto dottor Benton Culey. Io fui ammagliata dal carisma di quel professionista, tornai in Italia mantenendo il ricordo di un incontro platonico, poiché lui era sposato, e appresi con orrore che la moglie gli sparò per presunta gelosia pochi mesi dopo. Poi che cosa è successo? La moglie fu assolta dall’accusa di omicidio preterintenzionale, ma tutta la storia fu volutamente tinta di mistero, gelosie e tradimenti che non avvennero mai. Le cronache locali parlarono di me come il presunto movente dell’atroce delitto: circostanza che mi sento fermamente di negare anche perché mai fui chiamata al processo, anche se i familiari di Frank mi contattarono per cercare di sapere una verità che io non conoscevo, perché il caso, come quello di «Camici sporchi», non è mai esistito. n
di valentina reggiani

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