Cinema, musica & co Se una sigaretta manda tutto in fumo
-
fonte:
- La Gazzetta del Mezzogiorno
di SERGIO FORTIS Corto Maltese invita al fumo in modo subliminale, con quella sigaretta troppo spesso fra le labbra. Allora il Codacons lo denuncia all’ Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, all’ Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni e alla Procura della Repubblica di Roma. Lo spunto viene da Equatoria, l’ inedito del personaggio di Hugo Pratt apparso prima su un quotidiano e ora di imminente uscita dalle edizioni Rizzoli Lizard. Con quella sottile nuvoletta di fumo, Corto viola il «divieto di propaganda pubblicitaria dei prodotti da tabacco». È una notizia delle scorse settimane, sepolta da un’ estate sovraccarica di temperature torride, migranti, stupri e rischi di conflitto nucleare. Ma non per questo meno incisiva. Anni fa negli Stati Uniti si provò a cancellare le scene con le sigarette da alcune vecchie pellicole. Paul Auster, al contrario, ambientò in una tabaccheria il romanzo Smoke, da cui trasse il film che diresse di persona insieme a Wayne Wang. Cosa ne sarebbe di certe atmosfere tipiche, per esempio, del noir, senza le sigarette? Con la nebbia tossica ad alto contenuto di nicotina si dissolverebbe un’ intera iconografia. Niente più Hum prey Bogart che consuma, una sigaretta dopo l’ altra, l’ amarezza per l’ amore impossibile con Ingrid Bergman in Casablanca. Nemmeno i primi piani altezzosi di Gloria Swanson che in Viale del tramonto stringe il lungo bocchino tra le labbra con la sigaretta accesa in punta. Simile a Crudelia De Mon in La carica dei centouno. Oppure 007 che, in Licenza di uccidere, accende una sigaretta al tavolo da gioco e si presenta a una bruna fascinosa: «Bond, James Bond». Da dimenticare la pipa di Sherlock Holmes, immortalata con il suo profilo sulle mattonelle delle pareti della stazione metropolitana di Baker Street, a Londra. O quella del commissario Maigret. Ancora, il fumo della casbah in Pépé Le Moko, quello del milieu, il giro criminale di Marsiglia, in Rififì. Le sigarette e le volute grigioazzurre che emanano sono da sempre legate a due odori asprigni e fascinosi: quelli delle Gitanes e delle Gauloises. Penzolanti da bocche illustri, di personaggi che nei locali vivevano la loro esistenza più autentica, cioè culturale. Albert Camus ne ha quasi sempre una fra le labbra, nelle foto che rimangono di lui. Avrebbe dovuto smettere, dopo essere stato colpito dalla tubercolosi a diciassette anni. Invece seguitò a fumare. Come Meursault, il protagonista de Lo straniero, dinanzi alla bara della madre. Quanto a Jean-Paul Sartre, l’ esisten zialismo è più rimarcato nelle nebulose affumicate di certe riunioni da bistrot che non nei libri. Lui, Simone de Beauvoir e l’ universo parigino di Saint-Germain-des-Prés, il quartiere in cui il filosofo aveva la propria residenza, s’ impongono di prepotenza tra i fattori di costume del dopoguerra con due elementi sensoriali: il jazz e il fumo delle cantine adibite a ritrovi. L’ aroma nicotinico è talmente forte da non risparmiare neanche il più raffinato café-théâ tre. Le sigarette rappresentano un aspetto non secondario dell’ esistenzialismo, dei proclami di libertà incondizionata che derivano dalla filosofia di Sartre. Una libertà che si accompagna alla responsabilità dell’ individuo verso di sé e degli altri. La nuova elaborazione del pensiero francese si respira a ondate di fumo. Del resto, le sigarette di Camus e Sartre sono in continuità rispetto a quelle precedenti che si accendono intorno alle pedane sulle quali canta Edith Piaf e al tabagismo degli accoliti di Juliette Greco. Due voci roche non solamente di per se stesse ma anche per il tanto fumo aspirato nelle notti musicali. Struggente il Baglioni che canta: «Guardo le mie dita gialle, sono tanto stanco, di sputare i mozziconi di tutta una vita». De Gregori: «Se ne accende una e corregge il caffè…» I Platters: «Smoke gets in your eyes». «Un’ ultima sigaretta che in fumo se ne va» intonava Luciano Tajoli. Soprattutto, il sommo Fred Buscaglione: «Prima che finisca questa sigaretta / tu mi dirai di sì, oppure forse no…» Sigarette molto doppie, quelle che sfoggia Antoine Doinel, il protagonista che François Truffaut racconta dall’ in fanzia alla giovinezza. L’ angolosità ribelle del viso di Jean-Pierre Leaud, che lo interpreta, anticipa un’ altra ondata francese e parigina, nello specifico, accompagnata dal fumo nei locali, il ’68. La Francia, inoltre, vede la nascita delle sigarette vere e proprie. Le prime ventimila, di tabacco turco, giunsero sul mercato nel 1843. Erano avvolte a mano in carta litografata su produzione della ditta Gros -Caillou. L’ occasione veniva da una vendita per raccogliere fondi da inviare alla Guadalupa. L’ isola era appena stata colpita da un uragano e gli abitanti vessavano nella miseria. Sempre nel 1843, si registrò la comparsa di altre due marche. Una aveva la punta in legno. «L’ esistenza e la gloria della sigaretta non dureranno più d’ un fuoco di paglia. I fumatori si ricrederanno, …. essi rinunceranno alla sigaretta. Oh, sigaretta tu sarai portata via dal vento dell’ oblio…. Ma consolati! La tua gloria non morirà, e fra mille e più anni i nostri discendenti che leggeranno questo libro sul tabacco conosceranno e apprezzeranno la sorte che avesti nel corso di qualche anno del diciannovesimo secolo, oh sigaretta.» Parole di un polemista dell’ epoca che, al pari di tanti altri colleghi saccenti, sarebbe stato smentito. Che ne sarebbe, poi, del jazz senza quelle foto di grandi musicisti avvolti dalla nebbia nicotinica, firmate William Gottlieb ed Herman Leonard? E il compianto Renato Sellani, con la sua iconografia che comprendeva l’ immanca bile sigaretta accesa in un portacenere poggiato sull’ orlo del pianoforte? Immagini spazzate da un mondo bipolare di trasgressioni e proibizionismi.
-
Sezioni:
- Rassegna Stampa
-
Aree Tematiche:
- FUMO
-
Tags: Corto Maltese, fumo
