Chiusure domenicali: il piano del Governo piace alle associazioni
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- Quotidiano di Puglia
Le associazioni di categoria sono in fermento anche in terra salentina dopo la presentazione del disegno di legge che vuole limitare le aperture domenicali. Prima firmataria la leghista Barbara Saltamartini. La proposta legislativa vuole di fatto abrogare l’ articolo 31 del decreto Salva Italia sulle liberalizzazioni in ordine a orari e festivi per le aperture dei negozi. «Ogni territorio ha le sue esigenze, è ovvio. Ma la deregulation non ha di certo prodotto risultati positivi». A prendere posizione a favore della norma il commissario di Confcommercio Lecce, Alessandro Ambrosi. «Da tempo proponiamo una revisione del Decreto voluto dal Governo Monti sottolinea una regolamentazione dell’ economia è indispensabile». Ambrosi, temporaneamente alla guida dell’ associazione salentina che è in attesa di nuove elezioni, è anche presidente della Camera di Commercio di Bari. «Stabilire un numero massimo di aperture domenicali mi pare equo. Questo tipo di meccanismo non ha fatto altro che mettere in grave difficoltà le piccole e medie imprese, in molti casi a gestione familiare o con pochi dipendenti, in favore della grande distribuzione. I commercianti hanno dovuto far fronte ad una concorrenza sregolata con un insostenibile aumento dei costi». La norma attualmente in vigore e approvata nel 2011 prevede che «le attività commerciali e di somministrazione di alimenti e bevande sono svolte senza il rispetto di orari di apertura e chiusura, dell’ obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché di quello della mezza giornata di riposo settimanale». La proposta di legge che si discuterà alla Camera intende abrogare proprio l’ articolo 31 del Salva Italia. Di più. Reintroducendo l’ obbligo di chiusura domenicale e festiva, affida ai comuni il compito di regolamentare le aperture delle domeniche di dicembre e altre otto da redistribuire nel corso dell’ anno. Il Movimento Cinque Stelle punta invece ad un massimo di dodici. In un caso o nell’ altro, l’ obiettivo è cancellare la liberalizzazione su questo fronte. È facile immaginare quanto la discussione si alimenterà nelle città turistiche, che proprio sulle aperture libere hanno puntato in tema di accoglienza. «In casi di questo tipo concordo sulla possibilità di prevedere delle deroghe sottolinea Ambrosi ma non va dimenticato che i territori turistici non sono tutti uguali. Due esempi simbolo: il mare e la montagna necessitano di aperture straordinarie in momenti completamente diversi». La minaccia poi di tagli all’ occupazione non fa presa su Ambrosi, che spiega: «Ricordo a tutti che il Decreto Monti non è in vigore da sempre, ma dal 2011. Non mi pare che prima di cinque anni fa la grande distribuzione non avesse dipendenti o ne avesse in un numero granché inferiore ai dati attuali». Possibilista quando si tratta di centri turistici anche Luigi Muci, neo eletto presidente leccese di Confesercenti, che ricorda le oltre cinquantamila firme raccolte dall’ associazione di categoria finalizzate proprio a ridisegnare i parametri di quella norma. «E’ ovvio che nessuno vuole mettere i bastoni tra le ruote alle mete turistiche. In quel caso con i comuni si possono valutare criteri e scelte differenti. Immagino anche di poter discutere un prolungamento degli orari di apertura. Ma in una città come Lecce, per esempio, tenere i negozi aperti nelle domeniche di novembre non ha senso. E poi bisogna educare il cliente, che dovrebbe visitare più spesso Santa Croce e meno le gallerie dei centri commerciali». Per Muci, la liberalizzazione non ha spinto i consumi. Al contrario. «Dal 2011 ad oggi si sono registrati cinque milioni in meno di acquisti». La regolamentazione dunque, come punto fermo. Ma intanto sul piano nazionale si registra già l’ altolà proprio del Codacons: «Se il Governo vuole uccidere definitivamente il commercio è sulla strada giusta».
alessandra lezzi
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