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2 Luglio 2019

CHIEDI IL RICONOSCIMENTO DELL’ANZIANITÀ DI SERVIZIO PER GLI ANNI DI LAVORO PRECARIO PER IL MIUR

Diritto al riconoscimento per intero dell’anzianità di servizio maturata per gli anni di lavoro precario prestato per il MIUR come docente o personale ATA.

Ottieni dai 2.000 ai 40.000 euro di differenze retributive con una semplice causa di lavoro!

 

I FATTI

Come è noto, l’ordinamento italiano non riconosce in favore del lavoratore precario della scuola pubblica – sia esso appartenente al personale DOCENTE o ATA – il trattamento economico corrispondente all’anzianità di servizio maturata in forza dei contratti a termine conclusi con l’amministrazione scolastica, come invece accade per il personale di ruolo.

E, ciò, in virtù di due disposizioni nello specifico. La prima è l’articolo 526 del D.lgs. n. 297 del 1994, secondo cui: “al personale docente ed educativo non di ruolo spetta il trattamento economico iniziale previsto per il corrispondente personale docente di ruolo”; la seconda è l’articolo 485 del medesimo decreto legislativo, che prevede quanto segue: “Al personale docente delle scuole di istruzione secondaria ed artistica, il servizio prestato presso le predette scuole statali e pareggiate, comprese quelle all’estero, in qualità di docente non di ruolo, è riconosciuto come servizio di ruolo, ai fini giuridici ed economici, per intero per i primi quattro anni e per i due terzi del periodo eventualmente eccedente, nonché ai soli fini economici per il rimanente terzo. I diritti economici derivanti da detto riconoscimento sono conservati e valutati in tutte le classi di stipendio successive a quella attribuita al momento del riconoscimento medesimo”.

Ebbene, proprio in forza di tali previsioni, da sempre il MIUR si rifiuta di riconoscere in favore dei precari della scuola, anche dopo la loro immissione in ruolo – peraltro purtroppo solo eventuale – l’intera anzianità di servizio maturata in costanza dei contratti di lavoro a tempo determinato conclusi con l’amministrazione scolastica.

Eppure, la giurisprudenza è da tempo di segno contrario.

Il riferimento è, in primis, alla giurisprudenza interna della Suprema Corte di Cassazione che, a decorrere dalla sentenza n. 22558 del 7 novembre 2016, ha stabilito costantemente i seguenti principi:

1) che la Clausola 4 dell’Accordo Quadro allegato alla Direttiva 1999/70/UE sul contratto di lavoro a tempo determinato preclude in generale qualsiasi disparità di trattamento non obiettivamente giustificata nei confronti del lavoratore a tempo determinato, sicché la stessa ha carattere incondizionato e può essere fatta valere dal singolo dinanzi al giudice nazionale, che ha l’obbligo di applicare il diritto dell’Unione e di tutelare i diritti che quest’ultimo attribuisce, disapplicando, se necessario, qualsiasi contraria disposizione del diritto interno;

2) che il principio di non discriminazione non può essere applicato in senso restrittivo, per cui la riserva in materia di retribuzione non può impedire a un lavoratore a tempo determinato a richiedere il beneficio di una condizione di impiego riservata ai suoi lavoratori a tempo determinato;

3) che non è sufficiente che la diversità di trattamento sia prevista una norma generale astratta di legge o di contratto, né rileva la natura pubblica del datore di lavoro e la distinzione tra impiego di ruolo e non di ruolo perché la diversità di trattamento può essere giustificata solo da elementi precisi e concreti di differenziazione che contraddistinguono le modalità di lavoro e che attengono alla natura e alle caratteristiche delle mansioni espletate.

E, in secondo luogo, alla più recedente giurisprudenza della Corte di giustizia europea che, nella pronuncia resa sul caso “Motter” dello scorso 20 settembre 2018, ha avuto modo di ribadire che i lavoratori a tempo determinato non devono ricevere un trattamento che, al di fuori di qualsiasi giustificazione obiettiva, sia meno favorevole di quello riservato al riguardo ai lavoratori a tempo indeterminato comparabili, specificando che la nozione di «ragione oggettiva» di cui al punto 1 della clausola 4 del citato accordo quadro “dev’essere intesa nel senso che essa non autorizza a giustificare una differenza di trattamento tra i lavoratori a tempo determinato e i lavoratori a tempo indeterminato per il fatto che quest’ultima sia prevista da una norma interna”.

Ne consegue che le previsioni di legge e dei contratti collettivi di lavoro del comparto scuola succedutesi nel tempo in tema di trattamento retributivo dei lavoratori assunti in forza di contratti a tempo determinato si pongono in contrasto con la Direttiva 1999/70/UE e con la giurisprudenza della S.C. di Cassazione e della Corte di Giustizia sopra ricostruita e, per questo, vanno disapplicate.

 

L’IMPEGNO DEL CODACONS

Da anni il Codacons si batte al fianco dei precari della scuola, collezionando migliaia di vittorie, sia di merito che di Cassazione. Si citano, a titolo meramente esemplificativo, le pronunce della Cassazione nn. 27387/2016, 165/2017 e 290/2017 e, quanto alla giurisprudenza di merito: la sentenza n. 5949 del 24/12/2016 della Corte d’Appello di Roma, la Sentenza della Corte di Appello di Genova del 22 gennaio 2013, n. 19, ed ancora la Corte d’Appello di Milano (Sentenza n. 1190 dell’11/12/2015) seguita dalla Corte d’Appello di Brescia e dalla Corte d’appello di Firenze (Sentenza n. 378/16 del 19.04.2016), la Corte d’Appello di Ancona, n. 505 del 4 giugno 2013, la Corte d’Appello di Trieste, Sentenza n. 149 del 10 aprile 2014.

Queste sentenze, oltre alle pronunce della Suprema Corte di Cassazione e della Corte di Giustizia Europea di cui sopra, hanno aperto il varco ad una lunga serie di ricorsi davanti al giudice del lavoro, per ottenere il riconoscimento per intero della anzianità di servizio maturata in forza di contratti di lavoro a tempo determinato conclusi con il MIUR per lo svolgimento di mansioni di docente o di personale ATA, ancorché non continuativi, oltre al risarcimento dei danni.

 

L’ORDINANZA

L’ordinanza n. 17615/19 della Suprema Corte di Cassazione, proprio con riferimento ai precari rappresentati dall’avv. prof. Carlo Rienzi, ha stabilito che la questione relativa alla permanenza del diritto al risarcimento del danno anche in ipotesi di intervenuta stabilizzazione (peralto attualmente sottoposta alla Corte di Giustizia Europea dalla Corte d’appello di Trento con decisione del 13-17 liglio 2017), vada affrontata nella giusta sede dell’udienza pubblica.
Si tratta di una grandissima vittoria per i precari stabilizzati che, oltre al riconscimento della anzianità di servizio per il periodo di precariato, si vedranno riconosicuto anche un giusto risarcimento danni per aver dovuto vivere come precari, quindi senza possibilità di fare progetti a lungo termine, per anni!

 

LA NUOVA AZIONE DEL CODACONS

Per scaricare la modulistica necessaria e aderire all’iniziativa clicca qui: dopo aver compilato il form riceverai una e-mail con tutte le indicazioni necessarie per finalizzare l’adesione.

L’azione è sicuramente vittoriosa, ma è necessario interrompere immediatamente la prescrizione con l’invio al MIUR, tramite raccomandata a/r, della DIFFIDA AI FINI DELLA INTERRUZIONE DEI TERMINI DI DECADENZA E PRESCRIZIONE, che può essere scaricata gratuitamente cliccando qui.

Questi diritti si prescrivono in dieci anni e i 10 anni si devono calcolare da quando si invia la lettera interruttiva della prescrizione.

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