20 Marzo 2019

«Chiama la polizia, Facebook non funziona più!»

 

È accaduto nell’ emisfero sud del nostro pianeta ma possiamo prendere l’ episodio come una cartina torna sole dell’ attaccamento che gli esseri umani mostrano verso le piattaforme social. La settimana scorsa per qualche ora i servizi digitali di Mark Zuckerberg hanno funzionato a singhiozzi: Facebook, Instagram e WhatsApp hanno mostrato segni di cedimento e il disorientamento di molti è stato totale. In Nuova Zelanda le forze dell’ ordine hanno ricevuto telefonate da parte di persone che cercavano spiegazioni sul malfunzionamento dei social e in Australia la polizia ha prevenuto pubblicando un messaggio che recitava «Sappiamo che Facebook e Instagram non funzionano. Per favore non chiamateci per farcelo sapere». Possiamo sorridere sull’ accaduto e prenderlo come una mezza follia di pochi individui esuberanti, oppure possiamo soffermarci ad analizzare quanto accaduto, o almeno provarci. Diverse evoluzioni tecnologiche sono entrate nella quotidianità degli esseri umani partendo dall’ ambito dell’ intrattenimento. E così possiamo dire anche per i social: agli albori di Facebook, per un’ azienda era quasi considerato denigrante essere presente in quell’ ambiente, deputato al tempo libero, agli aspetti di vita personale e in ogni caso caratterizzato da un alone di scarsa serietà. In pochissimi anni poi il social si è trasformato nell’ ambiente «where you must be!». Oggi non avere un profilo Facebook solleva sospetti, ci si chiede cosa ha l’ altro da nascondere e improvvisamente il servizio che ieri era un gioco, oggi ha una valenza rilevante nello sviluppo professionale degli individui. Il down di qualche ora dei servizi di Menlo Park, ha aizzato le ire di aziende e professionisti che hanno chiesto un risarcimento danni. Codacons dice «…abbiamo deciso di scrivere a Facebook chiedendo di prevedere forme di indennizzo per tutti quegli utenti che, a causa dei disservizi odierni, abbiano subito danni materiali…». Giusto o sbagliato che sia, non sarò io a dirlo ma prendiamo atto del cambiamento epocale che abbiamo vissuto in meno di un decennio: pensavamo di essere saliti su una giostra nel weekend, e ora ci troviamo in una macchina che ci può portare al lavoro il lunedì mattina. Proprio per questo motivo però è importante non guardare con superficialità gli ambienti social in cui ci muoviamo, ma essere consapevoli della potenza che hanno e quindi trattare con le dovute precauzioni e accortezze, l’ ingresso dei più piccoli in questi luoghi. Perché quando un bambino si iscrive ad un social (anche WhatsApp) non stiamo aprendo le porte di un Luna Park, gli stiamo dando le chiavi di una macchina e quindi tanto vale assisterlo per imparare a guidare senza fare incidenti. In questo senso consiglio la lettura di Gnomeide di Gilberto Santucci e Sonia Montegiove, un libro nato dall’ esperienza diretta di due genitori informatici che cercano di trovare un loro equilibrio familiare nella gestione del digitale e dei loro figli.

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