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15 Aprile 2011

“Chi fuma sa cosa rischia” E il giudice boccia la class action

Ormai tutti sanno che il fumo uccide, quindi nessun alibi. Così il tribunale civile di Roma respinge la richiesta di risarcimento collettivo intentata dal Codacons contro Bat Italia a favore di 3,5 milioni di fumatori, respingendo anche la tesi che gli additivi creino dipendenza. L’associazione dei consumatori: “Una follia, ricorreremo in appello”

ROMA – Danni da fumo, gli amanti delle “bionde” non hanno diritto ad alcun risarcimento. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma, bocciando la prima class action italiana sul fumo, intentata dal Codacons a favore degli oltre tre milioni di fumatori italiani schiavi delle sigarette del gruppo Bat Italia. Chi fuma sa cosa rischia, è in estrema sintesi la riflessione che ha portato il giudice a dichiarare inammissibile la richiesta di indennizzo. E non ci sono alibi. “Il fumo uccide”, lo ripetono da sempre i medici, oggi lo ricordano tutti i pacchetti di sigarette, su cui è stampigliato il monito. Cosciente del pericolo di morte, secondo il tribunale, nessuno può essere ‘schiavizzato’ dalle bionde al punto da non poter decidere di smettere di fumare. Quindi, niente risarcimenti.
Le riflessioni del giudice italiano divergono completamente da quelle degli omologhi americani, che hanno premiato le class action promosse da fumatori ammalitisi di cancro, condannando multinazionali del tabacco quali Philip Morris e Reynolds a pagare indennità da miliardi di dollari, non solo per rimborsare ai pazienti i costi delle cure e i danni morali. Secondo il giudice Usa, punire i produttori di sigarette serve a disincentivare il loro utilizzo di pubblicità ingannevole, la promozione del fumo tra i minorenni, l’aggiunta di additivi che creano tossicodipendenza.
Diversa sorte per la class action italiana, ma il Codacons annuncia il ricorso in appello, bollando come “assurde” e “pura follia” le motivazioni della XIII Sezione del tribunale civile di Roma. L’associazione dei consumatori ha chiamato in causa Bat Italia Spa a tutela di tutti i fumatori dei marchi di sigarette prodotti da tale società: Ms, Alfa, Bis, Brera, Colombo, Cortina, Esportazione, Eura, HB, Kent, Lido, MS Club, Mundial, Nazionale, Nazionali, N80, Rothmans, Sax Musical, St. Moritz, Stop, Super, Zenit, Vogue, Dunhill, Lucky Strike e Pall Mall. All’azione collettiva, avviata nel maggio dell’anno scorso, potevano aderire tutti i fumatori “affezionati” a quei marchi, circa 3,5 milioni di italiani. Ogni fumatore avrebbe potuto richiedere un risarcimento da 3mila euro, per un totale di 10,5 miliardi di euro.
Il presupposto cardine della class action – secondo il quadro prospettato dal Codacons – è la responsabilità di Bat Italia nel non aver eliminato dalle sigarette la nicotina e nell’aver incrementato gli effetti di dipendenza aggiungendo al tabacco oltre 200 additivi. Sostanze che, secondo uno studio svizzero citato dal Codacons, hanno lo scopo di aumentare le dipendenza da sigaretta. A supporto  della propria istanza l’associazione aveva portato anche la sentenza con cui la Cassazione ha affermato che la produzione e la vendita di tabacchi lavorati integrano una “attività pericolosa, poiché i tabacchi, avendo quale unica destinazione il consumo mediante il fumo, contengono in sé, per la loro composizione biochimica e per la valutazione data dall’ordinamento, una potenziale carica di nocività per la salute”.
Il tribunale ha ritenuto però inammissibile l’azione collettiva. Nella sentenza (presidente Franca Mangano, relatore Maurizio Maselli) si legge: “Va rilevato che, inequivocabilmente, qualsiasi fumatore è pienamente consapevole sia dei rischi per la salute indotti dal fumo, sia della dipendenza da questo creata. Va inoltre escluso, sulla base degli studi e delle conoscenze scientifiche ormai consolidate, che la dipendenza da nicotina determini l’annullamento o la seria compromissione della volontà del fumatore nella forma di costrizione al consumo, tale da inibirgli in modo assoluto qualsiasi facoltà di scelta tra la continuazione del fumo e l’interruzione dello stesso. Né gli effetti della nicotina, alla luce delle ricerche e dei risultati medici e scientifici, sono paragonabili alle droghe pesanti quali l’eroina o la cocaina e di tale influenza sulla volontà del fumatore da renderlo affatto incapace di smettere di fumare”.
Quanto agli additivi, il tribunale romano respinge la tesi sugli “effetti assuefacenti”. Gli additivi, si legge ancora nelle motivazioni della sentenza, trovano “ragion d’essere nell’intento di attribuire al prodotto un sapore specifico e tipizzato, come tale indispensabile perché la casa produttrice sia competitiva sul mercato. In altri termini, detti additivi, della più varia natura, riducono la durezza del fumo, la secchezza della bocca e della gola, donando una sfumatura particolare (anche dolce) al fumo, ma non hanno effetti assuefacenti né esplicano alcuna funzione ai fini dell’esaltazione del rapporto di dipendenza del fumatore alla nicotina”.
Parole che per il Codacons sono “una follia”. Con conseguente ricorso in appello.

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