CHE SETE Su tariffe e profitti, e a pagare è lo Stato
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fonte:
- Il Manifesto
Il decreto Ronchi ha aperto la porta alla privatizzazione massiccia dei servizi idrici. Era un esito politicamente scontato, ma con conseguenze pesantissime. Mai come in questo caso l’affidamento ai privati è la peggior soluzione per la gestione di un servizio pubblico. Dietro i bilanci milionari della multiutilities – pronte ora a prendere in mano il poco rimasto allo stato – c’è un sistema che permette alti profitti, bassi investimenti e tariffe alte. Cosa che altri paesi – come la Svizzera, il Belgio, gli Usa e parte dei comuni francesi – hanno capito molto bene, tanto da difendere con forza la gestione pubblica. Occorre, prima di tutto, fare chiarezza sul punto centrale della vicenda: è la forma societaria della Spa a suggellare la privatizzazione di un servizio. Poco importa, in realtà, se si tratti di un gruppo a capitale misto pubblico-privato o interamente privato. La mission, in questi casi, è il profitto e la speculazione, spesso finanziaria, e non di certo il miglioramento della rete e del servizio idrico. Il caso più importante è sicuramente la romana Acea, la principale società di gestione dei servizi idrici in Italia e tra le prime dodici nel mondo, che già oggi controlla i rubinetti del Lazio, della Toscana, di parte dell’Umbria e della Campania. È stata trasformata da Rutelli, alla fine degli anni ’90, da azienda municipale – la sua forma storica dal momento della creazione nel 1907, quando sindaco di Roma era Nathan – in società quotata in borsa. Oggi tra i principali soci privati – che detengono il 49% del pacchetto azionario – ci sono la Suez e Caltagirone, oltre agli speculatori che scambiano giornalmente le azioni in Borsa. Il maggior bacino idrico gestito da Acea è l’Ato 2, che comprende l’intera provincia di Roma. Un ambito territoriale composto da più di cento comuni, dove ogni sindaco – escluso quello di Roma – possiede appena lo 0,00003% delle quote societarie. Nulla, quindi. Non solo: i patti parasociali obbligano i cento e più primi cittadini della provincia di Roma ad esprimersi univocamente, bloccando sul nascere ogni possibile dissenso. Eppure all’epoca dell’affidamento del servizio idrico ad Acea il centrodestra (attraverso l’ex presidente della provincia Silvano Moffa, An) e il centrosinistra (con la voce dell’ex sindaco di Roma, Walter Veltroni) presentarono la nuova società come «a prevalente capitale pubblico locale». La scelta della Spa ha avuto immediate conseguenze proprio sugli investimenti, sulla qualità dell’acqua e sulla tariffa. Secondo quanto era stato calcolato al momento dell’affidamento il territorio della provincia di Roma avrebbe avuto bisogno di almeno 3,6 miliardi di euro di opere idrauliche nei trentanni della concessione. Nel piano degli investimenti, però, la cifra scese drasticamente a poco più di due miliardi. Inserire, infatti, l’intero budget nel piano finanziario avrebbe comportato una tariffa talmente alta da rendere politicamente e socialmente ingestibile la situazione. Il resto? Le soluzioni sono due: o lo mette lo stato o le opere necessarie non verranno fatte. Chi ieri in parlamento sosteneva, dunque, che la privatizzazione è necessaria per poter intervenire sulle reti idriche mentiva apertamente. Tutti gli investimenti dovranno essere fatti basandosi esclusivamente sulla tariffa: ovvero il conto lo pagano interamente i cittadini, mentre i lavori verranno gestiti dalle multinazionali. Non solo. La legge quadro sulle risorse idriche – che il decreto Ronchi non ha abolito – prevede che al gestore venga assicurato un ricavo garantito pari al 7% del capitale investito. Nel caso di Acea – primo operatore del servizio idrico in Italia – solo per la provincia di Roma la "remunerazione del capitale" supera abbondantemente i 73 milioni di euro all’anno (dati 2008 tratti dalla relazione della segreteria tecnica operativa), interamente pagati con le bollette dell’acqua. Soldi che non finiscono in opere o nel risanamento delle reti idriche, ma nelle tasche degli azionisti. Al momento dell’affidamento, infatti, Acea ha valutato il valore del suo apporto (posizionamento sul mercato, management, conoscenze accumulate) in quasi un miliardo di euro. Un "capitale investito" che va remunerato, anche ad investimento zero. Dal 2003 al 2008 questo meccanismo ha portato nelle casse di Acea – e quindi nelle tasche degli azionisti – 404 milioni di euro. Soldi che se fossero stati gestiti dai consorzi pubblici avrebbero potuto finanziare il rifacimento dell’intera rete idrica della provincia di Roma. La mancanza degli investimenti che caratterizzano la gestione privata delle Spa ha un impatto immediato sulla qualità dell’acqua e sulla salute dei cittadini. La zona a sud di Roma avrebbe bisogno di interventi immediati sugli acquedotti. Qui, come in molte parti d’Italia, l’acqua ha tassi di arsenico oltre la norma. Per ora Acea ha chiesto la deroga ai limiti di legge – che il governo e la Regione Lazio hanno concesso – promettendo lavori nei prossimi anni. Se gli investimenti si pagano a caro prezzo – quando vengono fatti – è la tariffa a colpire subito i cittadini. Nel giro di un anno l’incremento delle bollette ha sfiorato il 5%, mentre l’amministratore delegato di Acea ha già chiesto un aumento a due cifre. Per fare cosa? «Servono tanti investimenti», ha spiegato, dimenticando che gli utili distribuiti negli ultimi anni erano più di 100 milioni. Un affare troppo ghiotto per lasciarlo nelle mani dei comuni.
CARO BOLLETTE Secondo le associazioni dei consumatori gli aumenti saranno compresi tra il 30% e il 40%. «Si profila una vera e propria stangata», dice il Codacons.
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