4 Novembre 2007

Causa alle istituzioni: un’odissea

Causa alle istituzioni: un’odissea

Cronaca La storia di Lisa: sette anni di processi per un caso di malasanità. La malasanità si paga. Quanto e più che quella buona. Si può pagare con anni di sofferenza, con speranze flebili di avere giustizia o attraverso le parcelle, salatissime, degli avvocati. O si può pagare con il silenzio, quando il coraggio di intentare una causa tanto difficile non c’è. Cittadino versus sistema sanitario: troppo spesso si tratta di una guerra impari. Chiunque abbia subito un danno fisico a causa di un errore medico, lo sa. Il dilemma si apre subito. Intentare una causa? Cercare di farsi risarcire? E da chi? Quando il cittadino si trova davanti a questa scelta deve valutare bene quali forze avrà con sé e quali contro. Con sé, a danno realmente provocato, avrà le prove della sua sofferenza, contro avrà la volontà del medico di difendersi dall’accusa, quella della struttura sanitaria di tutelarlo, quella della compagnia di assicurazioni di ridurre al minimo il risarcimento. E fin qui tutto legittimo. Ma c’è dell’altro da considerare. Un altro che pesa molto più di tutti questi fattori messi insieme. Perché il cittadino avrà contro la lentezza ineluttabile del sistema giudiziario e, a carico, tutte le parcelle degli avvocati e dei periti consultati sul caso. Il rischio è quello di spendere tempo, denaro ed energie inutilmente e di aggiungere a dolore, dolore. Molti rinunciano in partenza per comprensibili timori. La signora Lisa (il nome è uno pseudonimo per tutelarne la privacy) ha deciso di procedere e di non arrendersi. Sette anni di causa si stanno per compiere: nei prossimi giorni l’ultima udienza. Fin’ora risultati zero. "Sono entrata in ospedale sette anni fa per un’operazione ad una cisti ovarica – racconta la signora che ha oggi 63 anni – il mio medico aveva raccomandato una operazione in laparoscopia che doveva essere semplice e poco invasiva. Per me era stato previsto un day hospital. Terminata l’operazione però cominciai ad accusare dolori e perdite di sangue, mi venne la febbre alta e i medici mi tennero in osservazione tre giorni. La febbre non passava ed i dolori nemmeno ma, dopo le visite mi dissero di stare tranquilla, che l’operazione era stata solo un po’ più complicata del previsto e che probabilmente la febbre era dovuta all’influenza di stagione. Era natale, il medico che mi aveva operata partì per le vacanze ed io venni dimessa, ancora febbricitante. Dopo due giorni a casa la situazione peggiorava, la febbre non scendeva ed io mi sentivo veramente male. Mi feci riaccompagnare al pronto soccorso e là mi ricoverarono, operandomi d’urgenza. Avevo una peritonite acuta che mi aveva procurato un principio di setticemia. La causa? Durante la laparoscopia mi avevano perforato l’intestino e non se ne erano accorti. Dopo quell’operazione, che ha comportato la deviazione dell’intestino, ho portato il sacchettino per tre mesi e i miei guai si sono ripresentati più volte durante tutti questi anni: ricoveri continui per infezioni interne causate da quella prima situazione tanti altri problemi gravi, in famiglia e sul lavoro, che vi lascio immaginare…". La signora Lisa si rivolge ad un avvocato e decide di intentare una causa chiedendo il risarcimento dei danni. "L’errore era evidente – precisa la signora – lo stesso medico che mi operò venne poi a chiedermi scusa…". 330mila euro la cifra stimata a risarcimento del danno dall’avvocato: invalidità temporanea, invalidità permanente, danno morale, danno morale temporaneo, danno specifico, danno emergente, danno esistenziale, pecunia doloris, danno da futura assistenza le voci da risarcire. "La risposta da parte del Policlinico è stata il silenzio – continua la signora Lisa – nemmeno un’offerta di risarcimento, mi ha detto il mio avvocato. Nulla. Come se io non avessi sofferto per acusa loro. Mi chiedo il perché… è l’assicurazione che paga, perché il cittadino deve subire cosi? Ora non ho più denaro. Ho speso più di quattromila euro per pagare i periti e gli atti legali e la mia pensione è di 900 euro al mese. Non so più cosa fare. Per questo mi sono rivolta al Codacons…". "Cercheremo di aiutare la signora – spiega Fabio Galli del Codacons – ma cogliamo l’occasione per segnalare una situazione gravissima in cui si viene a trovare il cittadino quando vuole tentare di far valere i propri diritti contro le istituzioni (in particolar modo sanitarie). Se il cittadino non ha tanto denaro da spendere procedere si fa difficile quando non impossibile. "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti" recita l’articolo 24 della Costituzione… "se hanno denaro a sufficienza" si dovrebbe aggiungere, diciamo noi, per essere realistici. E questo è dovuto soprattutto al fatto che può accedere al gratuito patrocinio (cioè all’assistenza di un avvocato che viene pagato dallo Stato) soltanto chi ha un reddito familiare annuo inferiore ai 9.700 euro. Cioè praticamente nessuno se non qualcun che viva di stenti. E questo a chi potrebbe mai pensare di fare causa? Sarebbe necessario modificare la soglia di accesso per rendere il servizio più reale e meno di facciata ed il Codacons si sta battendo anche in questo senso".

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