17 Giugno 2018

Caso Ilva, domani l’ atteso incontro Di Maio-sindacati

Roma. Il ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro Luigi Di Maio entra nel vivo della crisi dell’ Ilva e, dopo aver incontrato martedì scorso i commissari, domani ha chiamato al Mise le rappresentanze sindacali. L’ approccio a una delle più violente crisi industriali degli ultimi anni, è dunque quello che il ministro aveva preannunciato. «Nei prossimi giorni – aveva detto – procederò con altri incontri con i sindacati, il sindaco di Taranto, il prefetto, le associazioni che rivendicano il diritto alla salute, incontrerò il Codacons e tutte le parti della vertenza». Obiettivo: «che i cittadini di Taranto possano avere il diritto di respirare aria pulita». La necessità è quella di arrivare presto a un accordo per il passaggio del gruppo Ilva ad ArcelorMittal, vincitore della gara per l’ acquisizione della società finita in amministrazione straordinaria. I tempi sono stretti, l’ ingresso di AmInvestCo (la newco controllata da ArcelorMittal) in Ilva è previsto entro il 30 giugno. Resta però da chiudere l’ accordo fra azienda e sindacati. Una vertenza durissima che non vede ancora una soluzione, nonostante gli sforzi profusi dall’ ex ministro Calenda e dal suo vice Teresa Bellanova fino alle ultime ore di attività del vecchio governo. Il nodo da sciogliere, che ha tenuto le parti impegnate per mesi, è però tutt’ altro che semplice. In ballo c’ è il destino di 13.800 dipendenti che salgono a 20.000 se si tiene conto dell’ indotto. A dividere le parti sono 3.800 esuberi che i sindacati vogliono portare a zero. La vertenza Ilva è dunque, sul piano delle crisi industriali, il primo vero banco di prova dell’ asse Lega-M5s. Di Maio è chiamato a tradurre in concreto il dettato del contratto di governo che parla di «riconversione economica» dell’ Ilva «basato sulla progressiva chiusura delle fonti inquinanti (…), sullo sviluppo della Green Economy e dell’ energie rinnovabili, e sull’ economia circolare». Una frase che potrebbe portare a diverse opzioni: dalla chiusura tout court, magari in tempi lunghi (10-20 anni) che sembra scongiurata anche dallo stesso ministro («l’ Ilva deve continuare a esistere e a dare posti di lavoro anche più di adesso», aveva detto in campagna elettorale; a una riconversione che prediliga l’ uso del gas al posto del carbone. A un piano ambientale ancora più severo di quello di ArcelorMittal.

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