24 Maggio 2020

Carrello della spesa, frutta fresca e pane i rincari più pesanti

Ci sono le patate, il pane confezionato e la frutta fresca. Nella top ten elaborata dall’ Unione nazionale consumatori dei prodotti che hanno subito i rincari maggiori durante l’ emergenza coronavirus, sono parecchi i beni alimentari. La frutta di stagione, per esempio, è aumentata del 3,7% da un mese con l’ altro, ma rispetto allo stesso periodo dell’ anno scorso il rincaro sale al 9,6%. La verdura fresca costa il 6,9% in più. Le patate in particolare – molto ricercate perché in dispensa si conservano a lungo – sono aumentate del 3,7% su base mensile e del 5,7% su base annua: nella classifica dell’ Unione Consumatori, sono il terzo prodotto più amentato. La farina è rincarata dell’ 1,5% in un solo mese, mentre il pane confezionato, più venduto per non uscire tutti i giorni a comprare quello fresco, ha subito aumenti medi dell’ 1,7% su base mensile e del 3,8% rispetto allo stesso periodo del 2019. A fronte di un’ inflazione che nel mese di aprile ha registrato una variazione nulla su base tendenziale e dello 0,1% su base mensile, i beni alimentari sembrano aver seguito una strada ben diversa. Le ragioni della fiammata sono molteplici. Di certo, hanno inciso i costi dei trasporti: con i camion che non hanno più potuto viaggiare a pieno carico sia all’ andata che al ritorno in conseguenza del blocco di molte attività produttive, gli extra-costi di distribuzione che i produttori di beni agroalimentari hanno dovuto sostenere in alcuni casi hanno raggiunto anche il 30%. Nelle prime fasi del lockdown, a spingere in alto il costo del carrello della spesa è stata la corsa agli accaparramenti nei supermercati, dovuta alla paura dei consumatori che in Italia potessero venir meno le scorte. Più di recente, invece, si sono aggiunte anche le previsioni di calo nella produzione di frutta estiva italiana: per effetto dell’ andamento climatico anomalo la Coldiretti stima per esempio che la resa delle albicocche quest’ anno sarà dimezzata, mentre per le ciliegie è attesa un’ altrettanta brusca riduzione. Senza contare poi che sul rialzo delle quotazioni incide la mancanza di lavoratori per la raccolta della frutta. Ad aumentare, però, sono stati anche i prezzi finali dei beni i cui prezzi all’ origine, praticati cioè agli imprenditori, sono calati per eccesso di produzione. È il caso per esempio del latte, che specie nelle prime fasi del lockdown non veniva completamente ritirato presso gli allevatori: stando ai dati raccolti dalla Coldiretti, i consumatori lo hanno pagato lo stesso in media il 4% in più del solito. Ed è proprio sugli aumenti come questi che vuole vederci chiaro l’ Antitrust, che all’ inizio di maggio ha avviato un’ indagine preistruttoria sull’ andamento dei prezzi che comprende alcuni generi alimentari di prima necessità, i detergenti, i disinfettanti e i guanti. Secondo le rilevazioni fatte dalla Coldiretti durante il lockdown di aprile, ad aumentare è stato anche il prezzo della pasta (+3,7%), delle uova (+3,2%), dei piatti pronti (+2,5%), del burro (+2,5%), delle carni (+2,5%), dei formaggi (+2,4%), dello zucchero (+2,4%), degli alcolici (+2,1%) del pesce surgelato (+4,2%) e dell’ acqua (+2,6%). Ma l’ emblema della battaglia dei consumatori contro il caroprezzi è ormai diventata la tazzina del caffè. A inzio settimana, con la riapertura dei bar, il Codacons ha denunciato che in alcune città – per quanto solo in alcuni locali – il prezzo della tazzina al bancone è schizzato alle stelle: fino a 1,70 euro a Firenze e addirittura fino a 2 euro a Milano. Uno «scandalo», l’ ha definito l’ associazione dei consumatori. Altrettanto piccata è stata la risposta dell’ Istituto Espresso Italiano: in Europa, i bar italiani sono quelli con i prezzi più bassi. In Nord Europa si va da 2,36 a 3 euro a tazzina, in Austria e in Germania tra 1,75 e 1,90 euro, in Francia è di 1,60 euro. Peccato, però, che anche gli stipendi medi di questi Paesi siano più elevati. © RIPRODUZIONE RISERVATA.
micaela cappellini

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