3 Ottobre 2016

Carichieti, un solo pm per 50 fascicoli

Carichieti, un solo pm per 50 fascicoli
la maxi inchiesta
arenataspunta anche il caso del dirigente di banca che ha salvato le sue
obbligazioni, ma dopo mesi non ci sono sviluppi

di Lorenzo Colantonio wCHIETI Procura della repubblica di Chieti, secondo piano, interno 22: non aprite quella porta. Il pubblico ministero, Giuseppe Falasca, ha affisso un cartello perentorio all’ ingresso della sua stanza. «Non bussare» ha scritto il magistrato che da solo porta avanti tutte le inchieste sull’ ex Carichieti cancellata dal decreto salvabanche. I fascicoli sono cinquanta. Ma ad Arezzo, Ancona e Ferrara, le indagini su Banca Etruria, Banca Marche e Carife, corrono in modo spedito. Già da febbraio ci sono nomi eccellenti iscritti nel registro degli indagati. Per le altre bad bank cancellate dal decreto salvabanche, che le ha messe in liquidazione coatta amministrativa insieme alla Carichieti, ci sono pool di magistrati a procedere. In media tre pubblici ministero per ciascuna procura. Mentre a Chieti, nella procura che attende ancora di conoscere il proprio capo dopo la promozione di Pietro Mennini, il pm che indaga è stato lasciato solo. BOCCHE CUCITE. Lui non parla. Non si lascia sfuggire una sola sillaba sulle cinquanta inchieste e sull’ aspetto che inevitabilmente si ripercuote sui tempi delle istanze di chi ha denunciato, cittadini che dicono di essere stati truffati, ma anche ex soci di maggioranza della banca che attendono gli sviluppi dopo la sentenza choc del tribunale fallimentare, quella del giudice Nicola Valletta che, a luglio, ha dichiarato lo stato d’ insolvenza della vecchia banca tirando però in ballo anche i commissari inviati a Chieti da Bankitalia. Garantista, legalista, amante della certezza dell’ esito processuale, il magistrato Falasca deve procedere con passo teatino. Lento e cadenzato. Deve trovare tempo, concentrazione ed energia perché, oltre alle 50 inchieste sulla debacle della banca, ha in stanza 3mila fascicoli che annualmente gli vengono affidati, tra noti, ignoti e anonimi, ed ha anche il turno settimanale ed i processi da seguire. L’ immagine è quella di un personaggio dantesco: una sorta di Sisofo. LO STRANO CASO. La più blindata delle inchieste riguarda un dirigente Carichieti che, stando alle poche indiscrezioni trapelate, avrebbe evitato il tracollo finanziario personale dopo aver investito una somma consistente in obbligazioni subordinate, quelle che il decreto salvabanche ha ridotto a cartastraccia per la disperazione di oltre settecento obbligazionisti. Ma il dirigente si è salvato sul filo di lana e nel migliore dei modi vendendo le proprie subordinate pochi giorni prima della liquidazione della banca. Per questa inchiesta sono stati già sentiti dalla guardia di Finanza della sezione di pg della procura, numerosi dipendenti Carichieti. In qualità di persone informate dei fatti, sono saliti al terzo piano del palazzo in via Spaventa per essere prese a verbale. Ma il grosso delle inchieste riguarda le denunce per truffa presentate, attraverso il Codacons, dagli obbligazionisti subordinati rimasti con un pugno di mosche in mano. Poi c’ è la sentenza di insolvenza che (altrove) è già sfociata in inchiesta per bancarotta. LA DOCCIA GELATA. Un capitolo a parte è rappresentato dal circostanziato esposto di 70 pagine e 500 allegati, comprese le trascrizioni di registrazioni di dieci anni di incontri avvenuti in Carichieti, presentato alla procura di Pescara il 20 agosto del 2015 dal costruttore Andrea Repetto. Era il cliente numero uno dell’ ex Cassa di Risparmio teatina, Repetto, ed è l’ imprenditore che ha pagato il prezzo più alto di tutti: 80 milioni di euro. Nell’ esposto racconta di quando lo chiamarono in Abruzzo, nel 2005, per salvare la faccia e soprattutto la cassa dell’ ex arcivescovo di Pescara, Francesco Cuccarese. L’ imprenditore di Bolzano, 56 anni, ingegnere, si lanciò, pieno d’ entusiasmo, in un’ operazione da 50 milioni, più della metà del capitale della Carichieti che era di 80 milioni. Ma è stato sfruttato, spremuto come un limone e gettato via. Il suo esposto sembrava una bomba giudiziaria a orologeria nelle mani del procuratore aggiunto, Cristina Tedeschini. Indagati e ipotesi d’ accusa? Un anno fa era presto per dirlo. Ma ora è tardi. Troppo tardi. Il fascicolo ruotava intorno a questa frase: «Ritengo legittimo ipotizzare che ci sia stato un piano preordinato all’ impiego di una “testa di legno” da utilizzare, controllare e successivamente eliminare una volta esaurito il compito, ovvero sbarazzarsi di un periodo iniziato con il primo finanziamento alla Ivec (la Fondazione di Cuccarese) e poi proseguito attraverso intimidazioni, coercizioni, ricatti ed operazioni bancarie non lecite». Così scriveva Repetto sentito per sei ore dalla Finanza di Pescara il 26 gennaio del 2016. Poi il silenzio. Infine la scoperta, a settembre, che il suo esposto, con nomi, registrazioni e un elenco di testimoni da sentire, è stato già archiviato il 25 marzo come “modello 45”: atti non costituenti notizie di reato. Lo ha saputo per caso.

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