Calderoli, la bufera ora diventa giudiziaria
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fonte:
- Corriere della Sera
Il caso politico ora è anche giudiziario: nella mattinata di ieri il senatore leghista Roberto Calderoli è stato iscritto nel registro degli indagati della procura della Repubblica di Bergamo con l’ accusa di diffamazione aggravata da finalità di discriminazione o di odio razziale, per quelle parole pronunciate dal palco della festa della Lega di Treviglio sul ministro Cécile Kyenge: «Quando viene fuori la Kyenge, resto secco. Io sono amante degli animali, però quando vedo uscire delle sembianze da orango, io resto ancora sconvolto» (è la trascrizione esatta delle parole del comizio, tratta dalla registrazione del corrispondente del Corriere che era presente alla festa della Lega). Le indagini non nascono solo dagli esposti contro Calderoli, che comunque sono stati depositati in procura dal Codacons (una copia anche ai carabinieri di Roma), dall’ avvocato Giuseppe Sarno, con studio in via Camozzi, e anche dal segretario provinciale del Pd di Ferrara Paolo Calvano, nella caserma della città romagnola. Già prima di ricevere quegli atti di denuncia il procuratore Francesco Dettori si stava interessando al caso e nella giornata di martedì aveva chiesto al commissariato di polizia di Treviglio di acquisire l’ audio del comizio, in possesso del giornalista Pietro Tosca. Indipendentemente dagli esposti, quindi, la procura stava valutando l’ opportunità di aprire l’ inchiesta. E il fascicolo, che riguarda un senatore ed ex ministro della Repubblica, è stato affidato a due sostituti procuratori, con formazione ed esperienze diverse: una veterana della magistratura orobica, Maria Cristina Rota, e il più giovane collega sardo Gianluigi Dettori. La procura non vuole commettere errori su un caso che ha già creato molto clamore ma che è tutto racchiuso in quelle parole, «sembianze da orango». E saranno i giudici, dopo l’ eventuale richiesta di rinvio a giudizio dei sostituti procuratori, a dare la loro interpretazione. Ma quanto rischia Roberto Calderoli? Al massimo una condanna ad un anno e mezzo di reclusione: il massimo previsto per la diffamazione è 12 mesi, ma la pena può crescere della metà a causa dell’ aggravante della discriminazione. L’ ex ministro bergamasco ha commentato la notizia spiegando di essere «tranquillo», «si tratta di un atto dovuto – ha spiegato rispondendo al telefono da Palazzo madama – visto che c’ erano delle denunce. Io comunque confido nella ricostruzione che faranno i magistrati delle mie parole, sono intervenuto durante un comizio facendo un discorso molto più ampio, che non voleva essere razzista. Comunque – spiega – io al ministro Kyenge ho fatto le mie scuse, le ho fatte anche al Senato intero. Non ho altro da aggiungere». Come, del resto, sulla richiesta di dimissioni che ancora risuona in Aula: «Le parole che ho pronunciato durante l’ intervento ufficiale prevalgono su ogni cosa. Sono indagato, non cambia nulla. Se una larga maggioranza dell’ ufficio di presidenza mi avesse chiesto di dimettermi, l’ avrei fatto. Non ho paura delle dimissioni. Ma non mi è stato richiesto». Non è la prima volta che Calderoli richiama l’ attenzione della procura orobica per le sue dichiarazioni. Nel 1993, alla vigilia di una visita dell’ allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, aveva invitato i bergamaschi a «non applaudire ma ad accoglierlo fischiando». «Il sacrestano – aveva detto – non ascolta la gente che vuole il voto». Era scattata l’ accusa per vilipendio al capo dello Stato, lui aveva ironizzato: «Al massimo potranno essersi offesi i sacrestani». Alla fine era stato assolto. «Ma – ha ricordato ieri -, non solo in quel caso. Io non sono mai stato condannato». Armando Di Landro Anna Gandolfi [email protected] [email protected] RIPRODUZIONE RISERVATA.
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