Buon compleanno carissimo euro. Ora sono tutti più ricchi, tranne i poveri
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fonte:
- Milanofinanza.it
Uno dei più importanti studiosi internazionali, Jacques Sapir, autore di un volume dal significativo titolo Bisogna uscire dall’ euro?, si chiede se sia possibile discutere della moneta unica, essendo essa diventata un vero e proprio tabù. L’ euro, egli scrive, «è la religione del nuovo secolo con i suoi falsi profeti dalle profezie continuamente smentite, con i suoi sommi sacerdoti sempre pronti a lanciare una scomunica non potendo accendere roghi. Comunque, mai e poi mai abbiamo sentito una valutazione onesta di ciò che ci ha portato l’ euro». Tra le profezie smentite, la vagheggiata riduzione dei prezzi nel medio periodo, contenuta nel Rapporto Delors e alla base del Trattato di Maastricht quale conseguenza dell’ allargamento del mercato e della più diffusa concorrenza. Non a caso in Italia (il volume di Sapir è dedicato prevalentemente alla Francia), sin dall’ introduzione della moneta unica si aprì un acceso dibattito tra i sommi sacerdoti difensori acriticamente dell’ euro, che sostenevano che l’ inflazione era solo percepita, e una minoranza di studiosi che individuava negli errori di rilevazione statistica la causa che non rendeva evidenti gli effettivi ed elevati aumenti dei prezzi. I primi, inoltre, limitavano il fenomeno solo al nostro paese, dove, a loro giudizio, erano mancati idonei controlli atti ad agire da calmieri. L’ inchiesta di MF-Milano Finanza (2 novembre 2012), elaborata da Federconsumatori, mostra senza ombra di dubbio che dal 2001 al 2012 l’ incremento dei prezzi ha raggiunto punte mai toccate prima, con un ventaglio di oscillazione, relativo per la maggior parte a beni di prima necessità, che va da un minimo del 60% a un massimo del 287%. Eppure, a chi sosteneva che l’ inflazione, già dal 2001 al 2003, in alcuni settori era più che doppia rispetto a quella rilevata dall’ Istat, si contrapponevano le certezze dei sommi sacerdoti secondo cui essa era solo percepita e non reale. Mi piace ricordare, in proposito, uno studio del 2004, (G. Marini, A. Piergallini, P. Scaramozzino, Euro e dinamica inflazionistica, in Economia italiana, n. 1) i cui autori dimostravano empiricamente evidenti anomalie nella dinamica degli indici dei prezzi al consumo in seguito all’ introduzione dell’ euro, anomalie che fornivano supporto alla visione secondo cui il calcolo degli indici ufficiali dei prezzi poteva essere affetto da difficoltà di misurazione e/o di ponderazione dei singoli capitoli di spesa. Essi concludevano che gli aumenti dei prezzi che si erano registrati erano di gran lunga superiori rispetto ai valori sintetici riportati dall’ Istat, i cui dati, invece, dal 1° gennaio 2002, mostravano che le famiglie di operai e impiegati avrebbero sperimentato un tasso di inflazione inferiore a quello rilevato dall’ indice armonizzato dei prezzi al consumo. Negli anni successivi, anche molti e qualificati istituti di ricerca sosterranno questa tesi. L’ Ipsos evidenziò che i percettori di reddito fisso perdevano costantemente potere d’ acquisto: per il 40% non erano in grado di risparmiare, per il 17% erano costretti a ricorrere ai risparmi accumulati e per il 7% a indebitarsi; l’ Eurispes insisteva sui livelli più elevati d’ inflazione rispetto a quelli ufficiali e nel Rapporto 2008 evidenziò che dal 2001 al 2005 si era registrata un’ inflazione progressiva del 23%. Sempre nel 2008, l’ Ires ammonì che in Italia il potere di acquisto, sempre dei percettori di reddito fisso, compreso il fiscal drag, dal 2002 al 2007 era diminuito all’ incirca di 1.900 euro. Relativamente all’ ipotesi che la percezione dell’ inflazione non era pressoché generalizzata, ma peculiare al nostro paese, un’ attenta analisi Censis-Confcommercio, mise in luce che l’ aumento dei prezzi era percepito da oltre l’ 80% dei consumatori in Francia, in Germania e in Spagna, mentre in Inghilterra, area fuori dall’ euro, solo dal 57,7%. Anche in quelle nazioni si registrò un accentuato aumento dei prezzi dopo l’ introduzione della moneta unica. Nel 2004, un’ indagine condotta da Sofres per il settimanale Le Nouvel Observateur dimostrò che il 5% dei francesi era convinto che l’ introduzione dell’ euro avesse causato un forte aumento dei prezzi, nonostante l’ Istituto nazionale di statistica (Insee) sostenesse che il tasso d’ inflazione era contenuto al di sotto del 2% e di questo solo lo 0,2% era effetto dell’ introduzione della moneta unica. La stessa Banca di Francia rilevava che vi erano stati effettivamente degli aumenti nel settore dei servizi e dei beni di uso quotidiano per arrotondamenti consistenti dei prezzi. Il 56% dei francesi sosteneva che l’ euro aveva avuto conseguenze dirette sul loro livello di vita; il 50%, sull’ occupazione e il 45% sulla crescita economica. Nello stesso periodo, anche in Germania la Bundesbank rilevava che il changeover tra marco ed euro aveva provocato un incremento dei prezzi di beni e servizi di largo consumo, incremento già rilevato da una indagine del quotidiano Bilt, che coniò il termine Teuro, derivandolo da teuer, caro, e da euro. L’ aumento dell’ 1,1% dei prezzi al consumo, a fine 2003, arrivava in piena recessione per la Germania, recessione iniziata circa tre anni prima e che aveva perciò condotto ad una forte riduzione dei consumi e dei relativi prezzi. E proprio il 2003 si era chiuso, in Spagna, con un tasso d’ inflazione del 2,6%, ma un’ indagine del ministero dell’ Economia chiarì che la causa più importante dell’ aumento dei prezzi dei beni di prima necessità, all’ incirca del 4%, era dovuta alla concentrazione delle grandi imprese nel settore della distribuzione. E ciò nonostante la legge dei prezzi di riferimento, che permetteva una riduzione del costo di oltre 2 mila farmaci, delle bollette del gas naturale, e di altre numerose tariffe. La moneta unica, inoltre, diventò un caso di studio per alcuni Paesi dell’ Est in previsione del loro ingresso nell’ Ue. In Lettonia il prezzo del sale era raddoppiato. In Polonia si arrivò al razionamento dello zucchero: il suo prezzo era controllato all’ interno dell’ Unione europea a 130 euro alla tonnellata, cioè il 20% in più di quello praticato sul mercato polacco. Ritornando all’ Italia, e per concludere, lo standard di vita è ulteriormente peggiorato fino al 2012, definito, nel Rapporto Coop, annus horribilis: per sopravvivere, il 25% delle famiglie deve indebitarsi; il reddito pro capite si è ridotto dal 91 all’ 84% rispetto a quello tedesco e si prevede, per il 2013, un rincaro dei listini di circa il 5%. Rincaro che si aggiunge alla perdita di potere di acquisto che si è ridotto, dal gennaio 2002 al gennaio 2012, cioè nei primi dieci anni di vita della moneta unica, secondo la valutazione del Codacons, del 39,7%. Buon compleanno euro. (riproduzione riservata) *ordinario Facoltà di Economia Luiss.
di giuseppe di taranto*
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