21 Agosto 2009

Bolt nella leggenda

Il gaimaicano fa il bis con record nei 200 Il Sudafrica difende Semenya

Usain Bolt è leggenda. Volando nei duecento metri in 19"19 ha conquistato l’oro ai Mondiali di Berlino abbattendo il suo stesso record di 11 millesimi. Da oggi i duecento metri non saranno più come prima. Così capita quando passa Bolt. C’era anche un po’ di vento, c’era la stanchezza di tante batterie e metri corsi, ma c’era pure Bolt a macinare passi, a mangiare terreno e avversari, relegati a decine di metri (argento per il panamense Alonso Edward in 19"81, bronzo per lo statunitense Wallace Spearmon, 19"85). C’era in lui una concentrazione nuova, la consapevolezza di uno sportivo che troppo superficialmente era stato giudicato per la sua spavalderia e che invece ieri non ha voluto tradire, non ha voluto solo vincere una medaglia ma scrivere la Storia, proprio come Jesse Owens nel ’36. «Ho fatto quello per cui ero venuto qui», ha detto a fine show. Ora è lo sportivo più conosciuto al mondo, il giamaicano più amato con Bob Marley. Già «Bolt and Bob», come ieri andava ripetendo la ministra dello Sport e della Cultura del paese caraibico, arrivata a Berlino per seguire dal vivo la finale dei 200 (salvo poi presentare a Casa Italia un progetto giamaicano di lotta alle sostanze proibite che non sappiamo quanto sarebbe stata gradita da Bob). Al fulmine giamaicano, che indossava la maglietta «Ich bin ein Berlino», giocando sulla celebre frase di Kennedy e il nome della mascotte della manifestazione (Berlino), il sindaco regalerà un pezzo di muro. Ora Usain dovrà correre la 4×100 con i suoi compagni. Vincendo conquisterà il terzo oro: se resterà a un passo dalla quartina di Jesse Owens del ’36 è solo perché lui non fa anche il salto in lungo. Impresa di Bolt a parte, l’attenzione dei media ieri è stata però tutta per Caster Semenya, la sudafricana di diciotto anni che ha strabiliato il mondo vincendo gli 800 metri in 1’55"45, un tempo vicino al record del mondo della Kratochvilova. A strabiliare tuttavia non è stata la prestazione né l’età dell’atleta ma la sua fisionomia, mascolina nei muscoli e nel viso, nella voce, nei modi di fare. La Iaaf, come a non voler esibire troppo un fenomeno da baraccone, a fine gara non l’ha mandata in pasto ai giornalisti alimentando così i sospetti. È un uomo Caster Semenya? Evidentemente no, visto che non esce da un laboratorio ma da una famiglia modesta di Fairlie, un villaggio a circa 60 km dalla città di Polokwane. Gli esperti spiegano che la sua forza potrebbe risiedere in un’alterazione congenita del gene che regola lo sviluppo muscolare, oppure in una modificazione artificiale dello stesso gene, o anche nell’uso di testosterone. L’ipotesi che Caster sia un prodigio della natura, lo stesso che in Bolt ammira tutto il mondo, è immediatamente scartata. La Iaaf, trovatasi un’altra volta spiazzata come nel caso Pistorius, vede montare le polemiche e annuncia altri test per accertare l’identità sessuale dell’atleta. In Inghilterra già si scommette sull’esito dei test: femminilità quotata a 1,10, masconilità a 25 e «via di mezzo» a 6,50.  E in Italia si muove anche il Codacons con la richiesta di sequestro delle cartelle cliniche della ragazza. Un massacro che la Caster probabilmente si aspettava: nata donna e cresciuta virago, sin da bambina ha dovuto lottare contro la cattiveria della gente, trovando nello sport quel mondo nel quale certe attitudini sono considerate talento. Ora è il centro dell’attenzione morbosa di tutto il mondo e come le persone considerate borderline si tira dietro la cattiveria di tutti, chi sta da una parte della linea e di chi sta dall’altra. Così è oggetto della derisione greve degli uomini, che nella sua mascolinità ostentata vedono smarrire la propria, e dell’invidia delle donne, che vedono in lei quell’uomo sempre impossibile da eguagliare nello sport. A correrle in soccorso si è unito tutto il Sudafrica. Uno sdegno lanciato dalle parole del padre («Spero che lascino in pace mia figlia. È la mia bambina. L’ho cresciuta e non ho mai avuto alcun dubbio. È una donna, posso ripeterlo un milione di volte») e subito ripreso dalla stampa che ha ribattezzato la Semenya «Golden Girl». L’African National Congress, denunciando la manipolazione dei media, ha invitato «i sudafricani a schierarsi con la ragazza d’oro e a ignorare le domande ingiustificate e maliziose sul suo sesso». Una levata di scudi preceduta dalla denuncia della Lega dei Giovani Comunisti, che ha denunciato il carattere razzista di quella che pare una persecuzione. «Le sorelle Williams non sono mai state sottoposte ad un’umiliazione pubblica come quella di cui si rende responsabile la Iaaf. Forse perché sono statunitensi?». In Italia, la sola voce in suo favore è arrivata dal marciatore Alex Schwarzer, un grande campione non solo in strada: «Mettetevi nei panni di questa ragazza, che si è allenata tantissimo e non si è fatta prendere dal panico per il Mondiale, dominando la sua gara. Poi le hanno detto che era un uomo: come vi sentireste?».

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