18 Giugno 2010

Banche, una tassa ad alto rischio

Una punizione tributaria o una brutta partita di giro che finirà col colpire soltanto le solite vittime, cioè consumatori e piccole imprese? Dopo che ieri il Consiglio europeo ha approvato un pesantissimo documento politico che impegna i governi dell’ Unione a introdurre la ventilata «tassa sulle banche» è questa la domanda che rimbalza negli ambienti economici. Sarà una tassa vera e severa, o le banche riusciranno a farla pagare ai clienti? Ma andiamo con ordine.
Dunque ieri il Consiglio europeo ha raccomandato l’ introduzione della tassa, chiedendo ai 27 di «portare avanti con urgenza la valutazione sulle caratteristiche del prelievo», perché «il prelievo dovrebbe essere parte di un quadro credibile».
E questo è il punto. Con buona pace del chiarissimo vantaggio demagogico che introdurre una tassa sulle odiate banche comporta per chi lo fa, è evidente che per evitare che i maggiori oneri comportati da questa tassa potrebbero essere agevolmente ribaltati dalle banche ai loro clienti, dato il comportamento sistematicamente da «cartello» che le banche, non solo italiane, adottano.
E peraltro, bisogna anche capirle: utilizzano una materia prima, il denaro, fornita da un solo fornitore, la Bce, a un prezzo amministrato e quindi fisso, il tasso di sconto; ovvio che tendano a omologare prezzi e comportamenti competitivi, come peraltro e invano le autorità Antitrust di mezzo mondo periodicamente sanzionano. Quindi, se si scrive «tassa sulle banche» si dovrebbe leggere «tassa sugli utili delle banche». Ovvero, sarebbe necessario che il maggiore esborso fiscale eventualmente introdotto dall’ ordinamento si risolvesse in un taglio netto del risultato economico dell’ azienda bancaria. Se invece questo risultato restasse invariato rispetto al trend storico, sarebbe segnale inequivocabile del fatto che le banche avrebbero ribaltato sui clienti il maggior onere.
A tenere appunto questo possibile esito della vicenda è per esempio in Italia la Confindustria. La presidente Marcegaglia, all’ ultima assemblea annuale del 27 maggio, aveva biasimato l’ ipotesi «perchè non in grado di evitare crisi future: è come se si imponesse oggi», aveva detto, «di pagare gli effetti della prossima crisi». La Marcegaglia aveva auspicato, piuttosto, una stretta di redini da parte dei regolatori, schierandosi contemporaneamente contro Basilea 3, cioè l’ insieme di nuove norme sulla stabilità patrimoniale degli istituti di credito che dovrebbero entrare in vigore tra 2011 e 2012 e che rischierebbe «di togliere ossigeno alle imprese, non favorendo i finanziamenti». Ma con buona pace di questo e di altri «no», stavolta la possibilità che la tassa passi è concreta.
Ieri, il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha detto chiaramente che con la tassa «coloro che sono responsabili della crisi passano alla cassa». A fine giugno in Canada ci saranno le prossime riunioni dei capi di governo del G8 e del G20 e la Merkel, in piena sintonia con il presidente francese Nicolas Sarkozy, e «mi aspetto che i leader si confrontino su questo tema», ha confermato l’ italiano Carlo Cottarelli, responsabile delle politiche fiscali del Fondo Monetario Internazionale.
Il Fondo ha peraltro preparato un rapporto sull’ ipotesi della nuova tassa e, più in generale su «come le banche possano dare un contributo al costo del supporto che, per fronteggiare la crisi, hanno ricevuto». Inutile dire che l’ ipotesi della tassa piace ai consumatori, che la definiscono (ieri si è espresso il Codacons ) «sacrosanta».
«Allo stesso tempo, però», ha ammonito Carlo Rienzi, «l’ Unione Europea deve vigilare con la massima severità perchè il costo di tale tassa non venga scaricato dagli istituti di credito sugli utenti. Ipotesi che, conoscendo le banche italiane, è più che probabile».

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