Balzo dei prezzi a gennaio, ai massimi dal 2013
Il dato provvisorio
di gennaio, pubblicato oggi dall’Istat, ha evidenziato un aumento dei
prezzi dello 0,2% rispetto a dicembre e dello 0,9% tendenziale grazie a
energetici e alimentari. Inflazione di fondo a +0,5%. L’Istat cambia il
paniere 2017: dentro cibi vegani e smartwatch
di Elena Filippi I beni energetici e alimentari spingono l’inflazione in Italia ai massimi dal 2013. Il dato provvisorio di gennaio, pubblicato oggi dall’Istat, ha evidenziato un aumento dei prezzi dello 0,2% rispetto al mese precedente e dello 0,9% nei confronti di gennaio 2016, un rialzo in linea alle attese che, come sottolineato dall’ufficio di statistica, è legato alle componenti merceologiche i cui prezzi presentano maggiore volatilità.
Si tratta, in particolare, della netta accelerazione della crescita tendenziale dei beni energetici non regolamentati (+9%, da +2,4% del mese precedente) e degli alimentari non lavorati (+5,3%, era +1,8% a dicembre), a cui si aggiunge il ridimensionamento della flessione dei prezzi dei beni energetici regolamentati (da -5,8% a -3%). A gennaio, infatti, l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e alimentari freschi, è rallentata, seppur di poco, dal +0,6% del mese precedente a +0,5%. Al netto dei soli beni energetici, invece, è salita da +0,7% a +0,8%.
Nel complesso, la crescita dei prezzi dei beni ha accelerato in misura significativa, passando da +0,1% a +1,2%, mentre quella dei servizi è rallentata da +0,9% a +0,6%. Perciò, rispetto a dicembre, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni torna negativo dopo 46 mesi portandosi a meno 0,6 punti percentuali. L’inflazione acquisita per il 2017 risulta pari a +0,6%.
Contrastato, secondo le stime preliminari, l’andamento dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) che ha registrato una flessione del 2% su base congiunturale (-1,9% le attese) e un aumento dello 0,7% su base tendenziale, un ritmo più sostenuto rispetto al +0,5% di dicembre, ma al di sotto dello 0,8% prospettato. La flessione congiunturale è in larga parte da ascrivere ai saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui l’indice Nic non tiene conto. L’Italia si conferma, quindi, un gradino sotto rispetto alle maggiori economie europee: la Germania ha riportato un tasso annuo armonizzato dell’1,9%, la Francia dell’1,6% e la Spagna del 3%.
Spegne l’entusiasmo la Coldiretti, secondo cui a spingere l’inflazione è l’aumento record del 20,1% dei prezzi dei vegetali freschi e del 7,6% della frutta rispetto allo stesso mese dello scorso anno per effetto del maltempo che con gelo e neve ha decimato le coltivazioni agricole. L’ondata di maltempo ha provocato a gennaio danni nelle campagne superiori ai 400 milioni di euro ma insieme agli agricoltori a pagare il conto dei cambiamenti climatici, ha spiegato l’associazione, rischiano di essere anche i consumatori che subiscono gli effetti delle speculazioni in una situazione in cui i prezzi degli ortaggi aumentano in media del 200% dal campo alla tavola.
Nel mese di gennaio, ha continua la Coldiretti, sono decine di migliaia le aziende agricole che hanno perso le produzioni di ortaggi invernali prossimi alla raccolta, dai carciofi alle rape, dai cavolfiori alle cicorie, dai finocchi alle scarole, per effetto del gelo che ha bruciato le piantine, e sono saltate molte consegne di verdure salvate e di latte per i problemi di viabilità soprattutto nelle aree interne. Gravi sono anche i danni che si sono verificati sugli agrumeti così come per i vigneti di uva da tavola che hanno ceduto sotto il peso della neve le cui conseguenze sul mercato potranno essere verificate solo nei prossimi mesi.
Nel frattempo, oggi l’Istat ha modificato il paniere per il calcolo dell’inflazione nel 2017. Nel basket di riferimento per l’indice Nic e Foi figurano ora 1.481 prodotti elementari (1.476 nel 2016), raggruppati in 920 prodotti, a loro volta raccolti in 405 aggregati. Sono 12 i nuovi beni e servizi entrati nel paniere dell’istituto: i preparati di carne da cuocere, i preparati vegetariani e/o vegani, i centrifugati di frutta e/o verdura al bar, la birra artigianale, gli smartwatch, i dispositivi da polso per attività sportive, le soundbar, l’action camera, le cartucce a getto d’inchiostro, le asciugatrici, le centrifughe e i servizi assicurativi connessi all’abitazione. Per il calcolo dell’indice Ipca (armonizzato a livello europeo) viene, invece, impiegato un paniere di 1.498 prodotti elementari (1.484 nel 2016), raggruppati in 923 prodotti e 409 aggregati.
Il Codacons ha definito “giuste” tali modifiche “perché rispecchiano i cambiamenti registrati nelle abitudini degli italiani, specie sul fronte alimentare, dove è in forte crescita il ricorso a prodotti vegani, vegetariani e centrifugati”. Tuttavia, ha sottolineato l’associazione, ciò che “appare del tutto incomprensibile è la variazione dei pesi che l’Istat attribuisce alle varie voci”. Nella revisione operata dall’Istat anche un cambiamento dell’incidenza delle singole voci, con l’aumento del peso di abbigliamento e calzature e l’abbassamento delle spese per abitazione, acqua, elettricità. Una modifica “del tutto incomprensibile”, secondo il presidente del Codacons, Carlo Rienzi: “la variazione dei pesi è ancora più importante e delicata dei beni che entrano ed escono dal paniere, perché proprio su tali pesi si basa il calcolo dell’inflazione e, quindi, le scelte economiche che interessano milioni di cittadini”.
Diversa l’opinione di Rosario Trefiletti ed Elio Lannutti, presidenti di Federconsumatori e Adusbef: “Continuiamo a nutrire non pochi dubbi sulla adeguatezza del paniere per la rilevazione del reale andamento dei prezzi”. Per le associazioni dei consumatori, “prosegue l’immissione, già iniziata negli anni scorsi, di prodotti tecnologici molto costosi, ancora limitatamente diffusi: si tratta di una scelta che riteniamo errata, poiché la inevitabile contrazione dei prezzi di tali beni nel tempo condiziona al ribasso il tasso di inflazione in termini generali. L’inserimento di tali prodotti nel paniere dovrebbe avvenire solo nel momento in cui la loro diffusione raggiunga almeno il 20% della popolazione”.
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