17 Gennaio 2016

Azionisti Veneto Banca in rivolta battaglia legale contro l’ istituto

Azionisti Veneto Banca in rivolta battaglia legale contro l’ istituto
dai piccoli soci ai partner di apulia, cause per 180 milioni di euro

MILANO. Continua la rivolta dei piccoli azionisti di Veneto Banca. Codacons Veneto sta raccogliendo le adesioni – 150 finora – per preparare la class action (che tuttavia ha ancora alcuni aspetti che devono essere verificati). L’ associazione quattro giorni fa ha anche inviato una denuncia al tribunale di Venezia per induzione all’ acquisto, false comunicazioni societarie e violazione della par condicio nell’ ordine di vendita delle azioni tra i vari soci. Inoltre, in una ventina di casi sono state inviate lettere alla banca, chiedendo la nullità del contratto di acquisto dei titoli e la restituzione degli investimenti. Si tratta di persone che non avevano mai comprato azioni in precedenza e per di più hanno investito quasi tutti i risparmi a disposizione. Del resto, già in una lettera del 23 settembre scorso la Bce evidenziava i «rischi legali e reputazionali derivanti da potenziali iniziative degli azionisti». Anche perché accanto ai piccoli ci sono anche rivendicazioni più “corpose”. Nelle prossime due settimane, per esempio, sono previste una serie di udienze, a volte promosse dalla stessa Veneto Banca, per la vicenda Finanziaria Capitanata della famiglia Chirò (azionista al 26,6% di Banca Apulia, controllata al 70% da Veneto Banca), e con la famiglia Scanferlin (ex soci Cofito, holding di controllo di Bim quando questa, nel 2010, fu comprata da Veneto Banca), con scadenze concentrate tra il 22 e il 26 gennaio. Sono richieste – ovviamente tutte da provare in tribunale – importanti: circa 140 milioni complessivi per Finanziaria Capitanata, 41 milioni per la vicenda Scanferlin. Storie complesse, legate all’ espanzione attraverso acquisizioni varata dall’ ex ad Vincenzo Consoli. Ma non sono le uniche “spine” di Veneto Banca, come lo stesso istituto spiega in una lettera indirizzata al collegio sindacale: a partire dall’ ulteriore svalutazione dell’ avviamento della Bim per 34,4 milioni, nei conti dei primi nove mesi 2015, alla posizione di Pietro D’ Aguì, che di Bim è vice presidente, il cui finanziamento pari a circa 36 milioni è stato revocato e passato ad incaglio lo scorso novembre. Di conseguenza la banca ha provveduto ad una «svalutazione prudenziale di 4 milioni, pur essendo la posizione ampiamente coperta dal pegno esistente». Un prestito nato nell’ ambito dell’ operazione Bim-Veneto Banca, come aveva a suo tempo spiegato Consoli, e su cui ora sono al lavoro gli avvocati. E ancora, il rapporto con il gruppo Finanziaria internazionale (Finint) di Andrea De Vido. In questo caso la banca non ha comunicato l’ entità del prestito, ma solo che c’ è una «proposta del signor De Vido per il rientro». Finint ha specificato che la posizione in questione fa capo a De Vido come persona fisica. Ma la partita più corposa riguarda gli ex soci di controllo di Banca Apulia, dal 2009 sotto il cappello di Veneto Banca. La famiglia Chirò sostiene infatti che esiste una scrittura privata che prevede una via d’ uscita sulla quota che la famiglia conserva in Banca Apulia. Una finestra in tre passaggi, ognuno dei quali vale 45,8 milioni, che ora Finanziaria Capitanata vuole esercitare in toto. Veneto Banca da parte sua sostiene la non esistenza dell’ accordo o comunque la non efficacia della facoltà di way out ed ha a sua volta citato la Finanziaria presso il tribunale di Pescara. Sulla vicenda c’ è anche un arbitrato: la terna, appena nominata, si costituirà probabilmente in febbraio ed è formata da Vincenzo Mariconda, Emanuele Rimini e Natalino Irti. Nel frattempo, i soci di Banca Apulia hanno aggiunto un’ altra causa, una sorta di “risarcimento danni” per come è stata gestito l’ istituto dal socio di controllo, chiedendo altri 45 milioni (11 maggio l’ udienza). Infine la famiglia Scanferlin, secondo cui Veneto Banca «ha acquistato da terzi o comunque negoziato » dal 29 gennaio 2013 azioni proprie, ma non quelle offerte in vendita dalla famiglia il 26 ottobre 2012. Le parti in causa chiedono 41 milioni, la banca resiste (e in più chiama in causa un sanzione Consob alla Cofito). Il giudice, nell’ udienza del 17 marzo scorso, ha respinto entrambe le istanze istruttorie formulate dalle parti, il parere legale della banca è che per l’ esito della vicenda «ci si dovrà attendere una decisione verosimilmente a primavera del 2016». ©RIPRODUZIONE RISERVATA PRESIDENTE
vittoria puledda
 
 

 
 

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