1 Febbraio 2015

Avvocato sfida il colosso delle protesi al seno

Avvocato sfida il colosso delle protesi al seno

di Ylenia Gifuni PESCARA Il legame causa-effetto tra lo sviluppo di un tumore al seno e la rottura della protesi al silicone non è dimostrato scientificamente. Ma il dubbio che quell’ operazione chirurgica, portata a termine con successo nel 2009 in un ospedale campano, possa aver prodotto effetti così devastanti sulla giovane donna che si è sottoposta all’ intervento, spinge uno studio legale pescarese a intentare una causa da centinaia di migliaia di euro al colosso francese Pip. Una strada non ancora battuta fino a questo momento, ma che potrebbe fungere da apripista per migliaia di altri casi finiti al centro dello scandalo internazionale che alla fine del 2011 ha travolto la società Poly implant prothèse, accusata di aver venduto per anni protesi difettose. L’ intervento. La protagonista dell’ ultimo episodio è una 32enne della provincia di Caserta. Roberta (il nome è di fantasia) il 12 giugno 2009 si sottopone a un intervento di mastoplastica additiva in una clinica napoletana. L’ operazione chirurgica per l’ ingrandimento del seno si conclude con l’ impianto delle protesi prodotte dalla Pip, azienda fondata nel 1991 e chiusa nel 2010 dopo la condanna in primo grado da parte del Tribunale di Marsiglia. Il decorso post operatorio inizialmente non sembra avere controindicazioni per la giovane donna, fino a quando una manciata di settimane fa lei inizia ad avvertire i primi sintomi di disagio. Il dolore. Un dolore lancinante alla mammella convince Roberta a rivolgersi al medico per un’ ecografia. La diagnosi dello specialista non lascia spazio a dubbi: possibile formazione tumorale al seno sinistro, lo stesso dove si rileva una «notevole disomogeneità ecostrutturale nel contesto dell’ innesto protesico». In particolare gli esami mettono in luce “molteplici pliche intraprotesiche”, la “rottura intracapsulare di almeno tre siliconomi periprotesici” e una “linfoadenopatia da silicone”. Tutti segnali che accomunano il caso di Roberta a quello delle altre pazienti che hanno portato o portano ancora oggi le protesi riempite di gel non conforme alla normativa. La donna decide di rivolgersi allo studio legale Flacco di Pescara, presentare una querela e iniziare così la sua battaglia con l’ appoggio degli avvocati Guglielmo Flacco e Mariateresa Nobile. Il processo. «Il processo in Italia è cominciato il 7 gennaio», spiega Flacco, specializzato in cause per malpratica medica e ottenimento del risarcimento da danni mortali, «probabilmente il nostro sarà il secondo caso trattato, con la dimostrazione del nesso di causalità tra sviluppo tumorale e protesi difettosa. Oggi, le protesi della società francese Pip sono state ritirate dal mercato, ma ci sono migliaia di donne che non sanno di portare questi materiali». Il Tar prima e il Consiglio di Stato dopo hanno di recente accolto un ricorso del Codacons, imponendo al ministero della Salute l’ obbligo di provvedere all’ espianto e al pagamento delle spese non solo in presenza di danni e rischi per la salute della donna, ma anche nei casi in cui la richiesta di rimozione è motivata da una “generica preoccupazione”. Nella denuncia presentata da Roberta si evidenzia come «nonostante il ministero della Salute, per il tramite di diverse circolari, abbia imposto (…) di contattare immediatamente le pazienti in modo da verificare lo stato delle protesi», nessuno – «né la clinica né il chirurgo» – si è mai preoccupato di avvertirla. La nuova protesi. La donna si riserva di costituirsi parte civile nei confronti degli eventuali responsabili, per il reato di “lesioni gravissime colpose” e in considerazione del “grave pericolo” per la salute. I danni rilevati sarebbero di natura estetica, esistenziale, morale e biologica, oltre che patrimoniale. Su suggerimento del medico, Roberta dovrà sottoporsi al più presto a un nuovo intervento di espianto delle vecchie protesi e reimpianto di materiali giudicati sicuri. ©RIPRODUZIONE RISERVATA.
 

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