Auditel: il grande bluff
Roberta Gisotti, giornalista di Radio Vaticana, mette sotto processo, in un documentato saggio, il sistema dell?Auditel
Un grande bluff che, vagliando i programmi secondo l?ottica della pubblicità, riduce l?utente a consumatore e trascura la qualità
All`origine di tutto c`è il panel , un gruppo di 5.075 famiglie- un “condensato“ dell`intera popolazione italiana- che accettano di far installare sui propri apparecchi televisivi un aggeggio chiamato meter, che è così composto: una unità di identificazione che riconosce la frequenza sulla quale la TV è sintonizzata, un push-button col quale chi è all`ascolto si fa riconoscere, e il meter vero e proprio, che memorizza e, durante la notte, trasmette i dati di ascolto al calcolatore centrale. Da lì partono i numeri che, opportunamente elaborati, arrivano ogni mattina nelle stanze di comando della televisione italiana, decretando il successo o il flop dei programmi e interferendo in maniera decisiva sull`elaborazione dei palinsesti. Questo complesso meccanismo è ormai universalmente noto col nome di Auditel, l`istituto privato situato a Milano nella cosiddetta Casa di vetro che da sedici anni (la prima rilevazione risale al 7 dicembre 1986) costituisce la vera potenza che sta dietro la programmazione televisiva italiana. Se l`Auditel (finanziato da Rai, emittenti private e pubblicitari) fosse solo un fornitore di indici d`ascolto che fotografano in maniera incontestabile i gusti dell`utenza italiana, un termometro che registra la febbre, come ama definirlo il suo direttore generale Walter Pancini, non ci sarebbe nulla da ridire. Le cose però non stanno proprio così. Almeno questa è l`impressione che si ricava leggendo il volume che la giornalista di Radio Vaticana Roberta Gisotti ha appena mandato in libreria, La favola dell`Auditel (Editori Riuniti, 158 pagine, 12 euro), documentato j`accuse contro un sistema che sta appiattendo inesorabilmente il video su una produzione adatta alle esigenze del mercato pubblicitario più che dell`utente, con grave danno per la televisione di qualità, o quanto meno per la varietà e l`originalità.
Sì, perché a quanto pare l`Auditel seleziona solo famiglie che garantiscano un certo grado di esposizione alla TV- sotto il quale non si entra nel campione-, essendo solo quello il tipo di utenti che interessa alla pubblicità. Il fatto è che, anche nelle ore di massimo ascolto, spesso rimangono spenti i televisori di 30 milioni di italiani, che magari non gradiscono gli spettacoli che le reti private e pubbliche propinano: chi si orienta, in altre parole, verso un ascolto più selezionato non fa testo ed è perciò condannato a subire, volente o nolente, programmazioni che hanno l`obbligo di sortire, pena la sopravvivenza, un determinato livello di investimenti pubblicitari. Ora, si sa che il mercato delle inserzioni televisive si aggira ormai sui 15.000 miliardi di vecchie lire all`anno; di fronte a un affare di tali dimensioni ci si spiega il perché della passiva acquiescenza alla dittatura dell`Auditel. Come ha denunciato Guido Alpa, presidente del consiglio consultivo degli utenti presso il garante per l`editoria, il teorema che sta alla base dell`impiego degli indici è che si è spettatori solo perché si è consumatori.
In questo modo si assiste all`inesorabile mercificazione dell`utente che, in più, dalla spietata concorrenza televisiva non ricava, come in altri ambiti del mercato, un vantaggio in termini di qualità e prezzo, ma anzi lo scadimento della qualità nel moltiplicarsi di trasmissioni che non possono permettersi in alcun modo di perdere la battaglia dello share, fosse pure di uno o due punti percentuali.
Ma Roberta Gisotti non si limita a considerare i risvolti etici di questo fenomeno, bensì punta il dito anche sul lato pratico della questione, denunciando che i numeri forniti dall`Auditel non danno alcuna certezza. Innanzitutto perché i dati grezzi, originali, provenienti dai meters installati nelle case delle famiglie campione, non possono essere controllati da nessuno, «neppure dall`Ufficio del garante, e nessuno ha mai dimostrato l`attendibilità dei dati elaborati» (per di più le famiglie del panel sono assolutamente segrete: chi rivela alla stampa di farne parte ne viene subito espulso). Poi perché sussistono molti dubbi sul metodo seguito per raccogliere queste valutazioni: i “contatti“, il totale dei quali determina il successo o meno di un programma, consistono in appena un minuto di visione, anzi 31 secondi arrotondati, il tempo minimo, scrive giustamente la Gisotti, per capire magari che ciò che si sta trasmettendo non interessa. Insomma, la matematica dell`Auditel trasforma poche decine di secondi di visione in un consenso. C`è di più: come ha rivelato Giuseppe De Rita, direttore generale del Censis, molti utenti tengono la TV accesa come una specie di “basso costante“ mentre sono dediti a tutt`altro, o quanto meno non prestano alcuna attenzione a ciò che si trasmette. Ne consegue che il dato registrato dall`Auditel indica davvero poco «se intanto che la TV trasmette la casalinga fa i suoi mestieri, il bambino gira per la casa e così via…».
La cosa è stata immancabilmente confermata da quelle poche famiglie Auditel uscite dal campione in polemica con la Casa di vetro che la stampa è riuscita a contattare: dopo un primo momento di divertimento per la novità, dover comunicare al meter chi è presente di fronte allo schermo ogni volta che si accende la TV o si cambia canale diventa una sgradita incombenza. La conseguenza è che talvolta il meter viene ignorato. Aggiungiamo che l`Auditel considera nel campione anche i bambini a partire dai quattro anni: quale può essere la loro attendibilità? E poi, ha notato il presidente del Codacons Flavio Manieri, è evidente che il meter impone alle famiglie che lo accettano una sorta di responsabilità, accende un`ansia di protagonismo che inconsciamente altera la libera fruizione dei programmi.
Come se non bastasse, la Gisotti registra puntigliosamente alcuni clamorosi e mai spiegati errori di valutazione dell`audience, come accadde durante un programma estivo della Venier nel luglio del 2000: lo show fu interrotto per un quarto d`ora a causa di un violento temporale e per coprire il vuoto la Rai mandò il segnale orario; ebbene, durante quei lunghi quindici minuti l`Auditel segnalò uno share del 15 per cento, ben tre milioni di persone… Che fare, allora, se molti protagonisti del video- fra i quali Costanzo- difendono il regime degli indici, magari perché ne sono sempre premiati? L`autrice propende per una soluzione drastica: è arrivato il momento di abolire l`Auditel. Le conseguenze, come ha scritto Giovanni Sartori nel saggio Homo videns (Laterza, 1999), sarebbero solo positive: non solo la macchina di distribuzione degli spot non si incepperebbe, ma il gettito pubblicitario si distribuirebbe in modo diverso e di certo più razionale. E si darebbe finalmente una chance alla qualità.
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