17 Settembre 2019

Attacco a Riad, Trump pronto a reagire

alta tensione il tycoon minaccia ritorsioni contro teheran dopo i missili lanciati sugli impianti petroliferi sauditi i ribelli yemeniti: possiamo colpire ancora. il prezzo del greggio si impenna del 20%, non accadeva da quasi 30 anni
Donald Trump carica la pistola e minaccia ritorsioni su Teheran per gli attacchi agli impianti petroliferi sauditi Aramco che hanno fatto schizzare il prezzo del greggio del 20%, come non succedeva da quasi 30 anni, dalla guerra del Golfo. Ma, anche se le foto dei satelliti americani e le informazioni dell’ intelligence Usa suggeriscono un attacco proveniente dall’ Iran o dall’ Iraq, preferisce attendere l’ accertamento delle responsabilità e le valutazioni di Riad. Le tensioni con Teheran sono tuttavia già riesplose e la prospettiva di uno storico incontro fra il tycoon e il presidente iraniano Hassan Rohani a margine dell’ assemblea generale dell’ Onu sembra sfumare. «C’ è ragione di credere che conosciamo il colpevole, siamo pronti e carichi in attesa della verifica, ma stiamo attendendo di sentire dal regno saudita chi ritiene sia la causa di questo attacco, e in base a quali condizioni procederemo», ha twittato il commander in chief. La risposta di Riad non si è fatta attendere, anche se si è fermata un passo prima dall’ accusare espressamente la repubblica islamica: «I risultati preliminari mostrano che le armi sono iraniane, stiamo lavorando per determinare la localizzazione. Ma l’ attacco terrorista non è partito dallo Yemen come rivendica la milizia Houthi», i ribelli yemeniti sostenuti dall’ Iran, ha dichiarato il colonnello Turki al-Maliki, portavoce della coalizione guidata dall’ Arabia Saudita nella guerra in Yemen. Gli Houthi, intanto, hanno lanciano nuove minacce: «Assicuriamo il regime saudita che la nostra lunga mano può raggiungere qualsiasi posto e in qualsiasi momento noi scegliamo», ha twittato Yahya Sarea, portavoce dei ribelli yemeniti, rivendicando nuovamente l’ attacco alle maxi raffinerie saudite con droni. «Mettiamo in guardia le società e gli stranieri contro la vicinanza agli impianti che abbiamo attaccato perchè sono ancora nel nostro sotto i nostri occhi e potrebbero essere colpite in qualsiasi momento», ha aggiunto. Washington è però convinta che il raid sia partito da nord e che comunque dietro ci siano gli iraniani. L’ amministrazione Usa ha diffuso foto satellitari che mostrano almeno 17 punti di impatto di attacchi coerenti con un attacco proveniente dal Golfo Persico settentrionale, quindi dall’ Iran o dall’ Iraq (che ha però smentito), dove ci sono milizie sciite filo iraniane. Alcuni dirigenti americani ipotizzano che possa essere stata usata una combinazione di numerosi droni e missili da crociera. L’ Iran continua a respingere «categoricamente» ogni accusa, anche se non è da escludere che l’ attacco possa essere stato ideato dall’ ala più conservatrice, contraria al dialogo con Trump. I segnali che arrivano da Teheran sono contrastanti: ieri i pasdaran hanno sequestrato nello stretto di Hormuz una nave sospettata di contrabbandare gasolio verso gli Emirati Arabi Uniti, ma nello stesso tempo è stato annunciato che la petroliera britannica Stena Impero, sequestrata a luglio, sarà rilasciata «a giorni». Rohani invece ha fatto sapere che non ha «in programma» un incontro col tycoon a margine dell’ assemblea generale dell’ Onu. Intanto Russia, Cina e Onu condannano gli attacchi ma invitano a non trarre conclusioni affrettate contro l’ Iran, mentre i mercati internazionali – nonostante la disponibilità delle riserve strategiche americane e saudite – cominciano a fare i conti sul più grande danno causato da un singolo evento al settore petrolifero. Secondo fonti vicine ad Aramco, ci vorranno mesi, non settimane, per ripristinare la piena produttività. Un balzo del prezzo del greggio del 20% come non accadeva da quasi trent’ anni. Le principali economie mondiali costrette a mettere mano alle scorte. Gli investitori, in cerca di un porto sicuro, a caccia di oro e i treasuries americani. Per non citare il sempre più probabile ennesimo slittamento della Ipo di Saudi Aramco dopo l’ attacco alla sua principale raffineria, le conseguenze sulla crescita globale e quelle sui prezzi dei carburanti, con il Codacons che, in Italia, avverte del rischio di una stangata «fino a 320 euro l’ anno a famiglia» se proseguirà la corsa delle quotazioni. Se non è ancora certa la mano che ha guidato i droni verso la raffineria saudita di Abqaiq, che prepara per l’ export quasi il 70% del greggio saudita, di certo chi ha pensato l’ attacco ha centrato un bersaglio fondamentale: mettere paura ai mercati internazionali, colpendo un centro nevralgico non solo del principale produttore mondiale, ma del Paese più in grado di stabilizzare i mercati con le sue enormi riserve di greggio. Sono bastati pochi droni lanciati sulle coste saudite del Golfo Persico per fermare qualcosa come il 5% della produzione globale di greggio. Conseguenza, all’ apertura dei mercati ieri, una volata del petrolio di qualità Brent scambiato a Londra del 20% a quasi 72 dollari al barile, mai così forte dai tempi della Guerra del Golfo (1991), prima che i prezzi rallentassero a circa 66 dollari (+11%). Ma molti analisti notano che quotazioni del genere segnalano un clima pre-bellico nella testa degli investitori. Con i trader dall’ Asia a Londra a New York che s’ interrogano su quanto dureranno i danni inflitti a Saudi Aramco.

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