Assist al premier: fuori la lista anti-dem
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MARCO GORRA E venne il giorno in cui a pronunciare le immortali parole «Fassina chi?» fu l’ ufficio elettorale del Comune di Roma. Mandando nel panico il candidato sindaco di Sinistra Italiana e, soprattutto, regalando il più grande ed inatteso dei sorrisi a Roberto Giachetti ed al Partito democratico. A dare l’ annuncio che qualcosa è andato storto è il Fassina medesimo. Che, nel primo pomeriggio di una domenica altrimenti vieppiù sonnacchiosa dal punto di vista politico, rende noto il dramma: «Abbiamo appreso con stupore», annuncia l’ ex viceministro all’ Economia, «che la commissione elettorale ha respinto le nostre liste dalla competizione per Roma. Si tratta di una decisione che, se fosse confermata, alterebbe pesantemente l’ esito delle elezioni amministrative nella capitale. Presentiamo subito ricorso e nelle prossime ore decideremo quali ulteriori iniziative intraprendere». A sancire il triste destino delle liste a sostegno Fassina due fatali errori materiali nella documentazione. Nella lista civica il problema sono le date mancanti, mentre in quella politica è stata riscontrata una insufficienza di firme valide. Pertanto, liste respinte al mittente e Fassina fuori – salvo colpi di scena in sede di ricorso – dalla competizione per il Campidoglio. Le conseguenze rischiano di essere clamorose. Non tanto per Fassina, le cui speranze di diventare sindaco erano più o meno pari a quelle dell’ Empoli di vincere il prossimo campionato di serie A, quanto per il Partito democratico ed il suo candidato Roberto Giachetti. Il perché è presto detto: di tutti gli elettorati disponibili su piazza, quello orientato a votare Fassina è quello che, in mancanza del proprio beniamino, ha le maggiori probabilità di finire, naso più o meno turato, a votare per il candidato del Nazareno. Se è impensabile immaginare esodi di voti in direzione di Alfio Marchini e Giorgia Meloni in virtù delle pregiudiziale anti-destra, lo è ugualmente credere che questi voti possano convergere su Virginia Raggi: per l’ elettorato a sinistra del Pd, infatti, i Cinque stelle incarnano le fattezze del temutissimo nemico a sinistra, per difendersi dal quale è bene scavare una trincea antropologica prima ancora che politica. E se non si può votare né Marchini, né Meloni, né Raggi, rimangono solo due cose da fare: o si sta a casa o si vota Giachetti a maggior gloria della fedeltà alla sinistra onde fermare la calata dei barbari costi quello che costi. Ed è qui che il discorso si fa interessante. A dare retta agli ultimi sondaggi, Fassina è accreditato di una forbice che oscilla tra il 5,5% ed il 6,5%. Numeri non esattamente da big, ma che possono fare la differenza. Se la vittoria della Raggi al primo turno della Raggi appare scontata (la candidata grillina viaggia stabilmente al di sopra del 25% sfiorando il 30 in alcune rilevazione), lo stesso non può dirsi per il derby a tre che vale il secondo posto con relativo accesso al ballottaggio. Per rendersene conto basta andare a vedere l’ ultimo sondaggio realizzato da Ipsos e pubblicato sul Corriere della Sera appena l’ altro ieri: Meloni 21,5%, Giachetti 21%, Marchini 20,5%. E non che le altre rilevazioni si discostino granché da questa. Ed è pertanto evidente che, in una situazione da too close to call, un’ iniezione di voti dal volume potenziale pari a sei volte tanto la distanza tra i candidati possa risultare decisiva per dare al candidato del Nazareno quella spinta in grado di rintuzzarne il momentum – invero calante, specie nell’ ultimo periodo – e di mandarlo a giocarsi il tutto per tutto al secondo turno. Sarà un caso, ma ieri non una voce dal Partito democratico si è levata per commentare, in un senso o nell’ altro, l’ esclusione delle liste del competitore rosso. Un atteggiamento di – comprensibile – prudenza che ha però dato la stura alla rabbia dei sostenitori dell’ ex viceministro e di quelli del Movimento cinque stelle che, per una volta all’ unisono, hanno recitato lo spartito del grande complotto. A farsi un giro tra i vari social network, la convinzione che l’ esclusione delle liste Fassina sia frutto di una elaborata congiura (e pazienza se l’ ufficio in questione è composto da funzionari che nulla hanno a che vedere con il livello politico) ordita per ridare fiato ad un Pd in evidente stato di necessità è poco meno che unanime. In attesa di capire come andrà a finire la cosa, Fassina può quantomeno rallegrarsi di non essere stato lasciato del tutto solo: «Dopo l’ esclusione delle liste», afferma il leader del Codacons Carlo Rienzi, «abbiamo deciso di tendere la mano al candidato e, tenuto conto della sua storia e delle sue capacità, gli offriamo ufficialmente il ruolo di Assessore alla legalità e ai problemi sociali del Comune di Roma». Una bella consolazione. Purché non ci siano moduli da compilare. riproduzione riservata.
marco gorra
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