6 Maggio 2011

Aruba e gli altri La fiducia diventa paura

 E’ chiaro che serve fiducia per affidarsi del tutto (tecnologicamente parlando) alla nuvola. L’ idea che i propri dati, i file e anche i programmi che servono per lavorare non siano sugli hard disk nei nostri computer, ma altrove, per molti non è affatto rassicurante. In realtà c’ è da dire che i server di una grande compagnia che offre servizi in cloud sono, almeno in teoria, un posto più sicuro per un file rispetto al proprio pc, che può rompersi, perdersi, subire l’ attacco di un virus. Le cronache delle ultime settimane, però, fanno traballare molte sicurezze sull’ affidabilità dei data center. Venerdì scorso ad Arezzo ha preso fuoco il sistema di alimentazione elettrica di una delle maggiori ‘ server farm’ di Aruba, il primo gruppo italiano per l’ hosting di siti web. L’ incidente ha costretto l’ azienda a spegnere i suoi server per diverse ore. Il risultato è che molti siti internet sono così stati ‘ irraggiungibili’ per l’ intera mattinata e fino a metà pomeriggio. In quelle ore i loro proprietari non erano in grado di utilizzare il servizio di e-mail. Nessun dato è stato perso, ma l’ incidente è costato una mezza giornata di lavoro ai clienti della società, tanto che il Codacons sta pensando di avviare una class-action. Molto peggio è andata ad Amazon, che assieme a Microsoft e Google è leader nell’ offerta di servizi cloud alle aziende. L’ Amazon Elastic Compute Cloud – l’ interfaccia su cui si basa l’ interfaccia del cloud di Amazon – è andato in tilt a causa di uno stallo di un gruppo di hard disk di un enorme data center in Virginia, uno dei principali snodi globali della nuvola di Amazon. Gli altri data center di Amazon non sono riusciti a compensare il blocco, probabilmente per le grandi dimensioni del ‘ ramo’ del cloud coinvolto nel disagio. Gran parte dell’ attività in cloud offerta da Amazon è rimasta bloccata per quattro giorni: dal 21 aprile fino al 24. Per decine di ore le migliaia di aziende (anche italiane) che si erano affidate ai programmi in cloud computing proposti da Amazon non hanno avuto la possibilità di lavorare. Il gruppo potrebbe decidere di rimborsare i clienti per il disagio subito. Se lo farà (in base ai contratti sembra non abbia obblighi), sarà interessante capire come valuterà il danno arrecato alle aziende che avevano caricato sulla nuvola quei dati (lo 0,07% del totale) che sono andati persi in maniera definitiva. (P. Sac.)
 

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