Arrivano i pm, ora il Colosseo può crollare in pace
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fonte:
- Libero
quando cadrà Roma cadrà
il mondo». Il bello è che
stavolta i soldi per il restauro ci
sono. Il brutto è che in Italia
nemmeno i soldi sono sufficienti,
se si mettono di traverso
giudici e garanti, Codacons e
Uil.
L’ultima notizia è che sulla
provvidenziale sponsorizzazione
di Diego Della Valle
(venticinque milioni senza i
quali addio lavori) hanno
aperto un’inchiesta la Procura
di Roma e la Corte dei Conti,
come se per rallentare il cantiere
non bastassero i rilievi
mossi pochi giorni fa dall’An –
titrust. Ovviamente, conoscendone
la permalosità, non mi
sogno di discutere l’operato
dei magistrati. Spero soltanto
che sentano gli occhi del mondo
puntati addosso, la prossima
caduta di tufi sarà difficile
imputarla ai piccioni (come ha
fatto la direttrice del monumento
in occasione dell’ulti –
mo tonfo): finiranno con l’im –
putarla a loro. Mi permetto invece
di dire due paroline ai capi
di Codacons e Uil, le due entità
che hanno brigato per far
bloccare tutto: siete per caso
impazziti? O forse accusate
Della Valle di disinvolta ricerca
di visibilità perché è una tentazione
che conoscete bene?
Oppure vi si è scollata la suola
delle Tod’s e volete fargliela
pagare? Credevo che il Codacons,
associazione a difesa dei
consumatori, si occupasse di
maxibollette e contraffazioni
alimentari, mentre la Uil, storica
sigla sindacale, immaginavo
fosse impegnatissima a garantire
un futuro a pensionati
e precari: che cosa c’entra, con
tutto ciò, l’Anfiteatro Flavio?
Sarò fissato con l’ordine ma
credo sia evidente che questa
confusione di ruoli, questa
continua polemica, questa litigiosità
interminabile farà bene
a qualcuno ma non al patrimonio
artistico.
Certo che pure il governo
Monti ha le sue colpe. Dov’è il
ministro della cultura Ornaghi,
ad esempio? In quanto cristiano
se lo sono mangiati i leoni?
Temo che abbia ragione il suo
predecessore Galan: «Si è fatto
mettere i piedi in testa dal
guardasigilli Paola Severino».
In consiglio dei ministri l’ex
rettore della Cattolica si è fatto
scippare il cinque per mille
della cultura, finito a finanziare
il ministero della giustizia.
Senza nemmeno gridare aiuto,
inseguire i borseggiatori, denunciare
il misfatto. Sembrava impossibile che al Collegio Romano
arrivasse un ministro
più blando di Sandro Bondi e
invece eccolo. Non c’entra col
Colosseo ma dice la fiacchezza
del personaggio: quando
Monti ha liberalizzato le aperture
dei negozi, consentendo
tutte le aperture domenicali
possibili quindi la rottamazione
del terzo comandamento,
Ornaghi, in passato sempre
pronto a farsi fotografare col
Papa o col crocefisso sullo
sfondo, è rimasto zitto e muto.
Ecco, appunto, le liberalizzazioni.
Nel pacchetto governativo
ce ne sono di giuste, ce
ne sono di sbagliate, anzi di
empie, ce ne sono di tutti i tipi
però ne manca una essenziale:
la liberalizzazione dell’arte.
Che non significa vendere
Pompei alla Disney, come auspicato
ieri da Edward Luttwak,
luciferino economista
americano. Ci mancherebbe
altro: Mammona vade retro!
Bisogna piuttosto consentire
agli alfieri del Made in Italy di
tenere in piedi monumenti e
musei detassando le sponsorizzazioni,
e senza scandalizzarsi
di fronte ai ritorni di immagine.
Neanche a me sono
piaciuti i poster pubblicitari
sul Ponte dei Sospiri, però un
Ponte dei Sospiri crollato nel
canale sottostante mi sarebbe
piaciuto ancora meno. Dovremmo
coccolarli i mecenati
(fra l’altro una figura nata proprio
in Italia, tanti anni fa), non
seppellirli sotto una montagna
di denunce e insinuazioni. Dovremmo
liberarli dall’incubo
delle procure, dei Tar, dei Befera.
E nel contempo liberare il
mercato dell’arte svincolando
l’acquisto di quadri e sculture
dal redditometro: chi sostiene
la bellezza non è un evasore, è
un benefattore.
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