15 Luglio 2021

APPELLO DEL CODACONS E DI TUTTE LE ASSOCIAZIONI CHE SOTTOSCRIVERANNO LA PETIZIONE PER ELIMINARE UN INGIUSTO ATTACCO AGLI ENTI ESPONENZIALI

    La commissione Lattanzi sulla riforma del processo penale rappresenta di fatto un grave ed ingiustificato attacco al mondo dell’associazionismo, il quale non troverà piu una tutela diretta in sede penale!   

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    La relazione della Commissione parlamentare Lattanzi, relativa alle costituzioni di parte civile degli enti esponenziali, di cui di seguito si riporta uno stralcio, inciderà in forma grave ed irreparabile sull’effettiva tutela e sulla partecipazione attiva al processo penale delle associazioni che tutelano interessi diffusi.

    Di fatto, con detta proposta di modifica, si priva di autorevolezza il ruolo delle associazioni tutte ed il loro diritto a vedersi da subito riconosciuto nel processo penale il diritto al risarcimento del danno ed alla liquidazione delle spese legali per l’attività svolta a tutelare costante delle proprie finalità statutarie.

    Se da un lato la Commissione riconosce l’importate funzione delle associazioni all’interno del procedimento penale, tanto da affermare che: ” …gli enti esponenziali o collettivi, non titolari del bene giuridico leso dal reato. Tali soggetti devono poter partecipare al processo penale, in quanto portatori di interessi superindividuali che appaiono meritevoli di tutela;” dall’altro nega alle associazioni la possibilità di costituirsi parte civile, invitandole ad intervenire nel processo penale a sostegno dell’Accusa Pubblica senza riconoscere loro, in caso di condanna degli imputatI, alcun rimborso di spese vive sostenute per partecipare al processo e tanto meno il rimborso per i legali che dovrebbero affiancare il Pubblico Ministero. Tutto questo presuppone una capacità finanziaria per sostenere spese ed onorari, che molto spesso le associazioni di APC o di Volontariato non possiedono.

    Non solo, ma non ammettendo la costituzione di parte civile nel procedimento penale delle associazioni di volontariato (riconoscendo al tempo stesso   il diritto ad essere risarcite da reati che hanno danneggiato le finalità statutarie): “in una prospettiva di intervento complessivo volto alla razionalizzazione della giustizia penale, ci si deve domandare se e a quali altri soggetti debba continuare ad essere altresì garantita la chance di collocare la rivendicazione delle proprie pretese aquiliane derivanti dal reato davanti al giudice penale, anziché nella sede propria, ossia quella civile”,  significa di fatto imporre agli enti esponenziali, che vogliano ottenere detto risarcimento, ulteriori costi legati:

    1. alla difesa tecnica necessaria in ambito civile;
    2. all’esborso di contributi unificati e spese processali;

    dovendo altresì accettare il rischio di soccombenza alle spese legali tipica del processo civile.

    Non solo, ma il giudizio civile non potrà che essere attivato, non foss’altro che per motivi di prova (acquisizione elementi istruttori certi) se non al termine del giudizio penale con sentenza passata in giudicato. Tutto questo significherà dover attendere diversi anni, per poter attivare da parte dell’associazione il giudizio civile risarcitorio. Non solo, non essendo parte vera e propria nel processo penale le prove ivi raccolte non è detto che possano essere trasposte in un giudizio civile con efficacia probatoria.

    Ulteriore danno che deriverebbe dalla mancata ammissione delle associazioni come parte civile è l’impossibilità di beneficiare di eventuali provvisionali sul danno subito liquidate al termine del primo o secondo grado di giudizio.   Ed ancora la mancata costituzione di parte civile non interromperebbe i termini prescrizionali per l’azione civile.

    Tutto questo significa precludere alle associazioni  di agire, nonostante l’importante  apporto che le stesse hanno dato dal dopo guerra ad oggi, nel farsi portavoce delle esigenze e delle necessità dei singoli, che spesso non hanno la forza economica o politica o anche soltanto il coraggio di esporsi in prima persona.

    E’ pertanto necessario, con questo appello, sensibilizzare tutte le forze politiche rappresentate in parlamento, affinchè in sede di conversione delle proposte della Commissione Lattanzi i parlamentari tutti provvedano a non convertire in Legge quanto prospettato rispetto alle associazioni e degli enti esponenziali quali parti civili nel processo penale.

    Se passasse il suggerimento della Commissione Lattanzi  di fatto accadrebbe che le associazioni di protezione ambientale non potrebbero più partecipare attivamente ai processi per i reati di inquinamento ed altri atti contro l’ambiente e perderebbero parte delle risorse, date dai risarcimenti danni, per poter svolgere la loro attività. Analoga situazione si verificherebbe per le associazioni a tutela di utenti e consumatori nei processi per reati di usura o falso in bilancio o di promotori finanziari infedeli, così le associazioni a tutela della donna per i reati di stupro o discriminazione, ancora le associazioni antimafia e contro l’usura per i reati commessi dalla criminalità organizzata, le associazioni  a tutela dei diversamente abili per i reati contro questi ultimi e così via dicendo per tutti gli altri settori.

    Se ritieni che ciò non sia condivisibile, che rappresenti un ingiusto attacco al mondo associazionistico anche per ottenere un incontro di confronto con tutte le forze politiche rappresentate in parlamento e con il Governo, firma per la tua associazione o individualmente questo appello ed aiutaci a veicolarlo il più possibile.

    Si allega l’attuale proposta della Commissione Lattanzi        

    1. Proposte relative al processo penale

     2.1. Definizione di vittima di reato e costituzione di parte civile (nuovo art. 1-bis d.d.l. A.C. 2435)

    Art. 1-bis (Definizione di vittima di reato e legittimazione alla costituzione di parte civile)

    Nell’esercizio della delega di cui all’articolo 1, i decreti legislativi recanti modifiche al codice di procedura penale e al codice penale in materia di soggetti del procedimento, sono adottati nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

    1. a) definire la vittima del reato come la persona fisica che ha subito un danno, fisico, mentale o emotivo, o perdite economiche che sono state causate direttamente da un reato; considerare vittima del reato il familiare di una persona la cui morte è stata causata da un reato e che ha subito un danno in conseguenza della morte di tale persona; definire il familiare come il coniuge, la persona che convive con la vittima in una relazione intima, nello stesso nucleo familiare e in modo stabile e continuo, nonché i parenti in linea diretta, i fratelli e le sorelle, e le persone a carico della vittima;
    2. b) modificare e razionalizzare i riferimenti alla persona offesa, alla parte offesa e alla vittima contenuti nel codice di procedura penale e nel codice penale, individuando quelli pertinenti alla sola vittima del reato, secondo le indicazioni provenienti dalla direttiva 2012/29/UE del Parlamento europeo e del Consiglio;
    3. c) modificare la legittimazione all’esercizio dell’azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno nel processo penale, nel senso di limitarla alla vittima e al soggetto giuridico offeso dal reato che abbia subito dallo stesso un danno diretto e immediato;
    4. d) ristrutturare l’istituto dell’intervento di cui all’art. 91 c.p.p., stabilendo che gli enti e le associazioni rappresentative degli interessi lesi dal reato possano partecipare al procedimento penale esclusivamente attraverso questa forma; riconoscere la legittimazione agli enti e alle associazioni che, al momento della commissione del reato, prevedano nel proprio statuto la promozione e la tutela degli interessi lesi dal reato;
    5. e) modificare le disposizioni di cui agli articoli 90-ter, comma 1-bis, 362, comma 1-ter, 370, comma 2-bis, 659, comma 1-bis, del codice di procedura penale e degli articoli 64-bis, comma 1, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale e 165, quinto comma, del codice penale, al fine di aggiungere all’elenco dei delitti ivi previsti le rispettive forme tentate e il delitto di cui agli articoli 56, 575 del codice penale.

    RELAZIONE

    La proposta organica di riforma della giustizia penale che emerge dal d.d.l. A.C. 2435 è il contesto ideale per provvedere alla trasposizione di un importante profilo della direttiva 2012/29/UE rimasto senza seguito. L’art. 2 della direttiva, infatti, reca una precisa definizione di vittima che non è stata trasposta nel nostro quadro normativo nazionale. La valutazione effettuata al momento dell’implementazione fu di piena coincidenza del concetto di “vittima” – estraneo alla nomenclatura tanto del codice penale quanto di quello processuale, poiché elaborato nel contesto internazionale ed europeo – con quello di “persona offesa dal reato”, correntemente utilizzato nel nostro ordinamento. Sin da subito l’operazione parve approssimativa e la proposta coglie l’occasione per un riordino dei concetti che definiscono diversi soggetti del procedimento e per la ridefinizione dei rispettivi ruoli nella dinamica del medesimo. In primo luogo, si introduce per la prima volta nell’ordinamento italiano la definizione di “vittima”, così come riportata dalla direttiva 2012/29/UE. Questa, in quanto persona fisica che ha riportato – direttamente o per l’interposta persona di un familiare deceduto per il reato – un danno, fisico, mentale o emotivo, o perdite economiche che sono state causate direttamente da un reato rientra di regola nell’attuale concetto di persona offesa dal reato, peraltro non definito né nel codice penale, né in quello processuale, senza tuttavia esaurirlo. La definizione di vittima, infatti, ritaglia, finalmente, una figura soggettiva legata all’individualità della persona fisica colpita dal reato, che si contraddistingue dalla massa delle persone offese dal reato generalmente intese come soggetti titolari del bene giuridico lesa dal reato, categoria che include anche persone giuridiche. In questo senso, tutte le previsioni già contenute, in particolare, negli attuali artt. 90-ter e 90-quater c.p.p. si riferiscono, appunto, non all’indistinta categoria delle persone offese, ma alle vittime come sopra specificate.7 Come sottolineato dalla stessa direttiva 2012/29, a questi soggetti deve certamente essere consentito l’accesso al procedimento penale – attraverso una gamma di misure che, considerandone anche la possibile particolare vulnerabilità, garantiscano alla vittima informazione, ascolto, protezione dai rischi e fisici ed emotivi derivanti dalla propria condizione – ma anche al processo, come parti che legittimamente possano rivendicare in tale sede anche le proprie pretese risarcitorie. Alla vittima, dunque, deve essere certamente garantita la legittimazione alla costituzione di parte civile nel processo penale, per ottenere le restituzioni e il risarcimento del danno cui, secondo l’art. 185 c.p., il reato obbliga l’autore. Tuttavia, in una prospettiva di intervento complessivo volto alla razionalizzazione della giustizia penale, ci si deve domandare se e a quali altri soggetti debba continuare ad essere altresì garantita la chance di collocare la rivendicazione delle proprie pretese aquiliane derivanti dal reato davanti al giudice penale, anziché nella sede propria, ossia quella civile. È ben noto che tale possibilità riflette una scelta politica e non un profilo essenziale della struttura del processo accusatorio, cui la nostra disciplina è sempre più chiaramente ispirata. Pertanto, sulla scorta dell’impronta razionalizzatrice del presente intervento, pare opportuno cogliere l’occasione per ridimensionare il novero dei soggetti legittimati alla costituzione di parte civile, limitando la previsione dell’articolo 74 c.p.p. alle vittime e ai soggetti giuridici offesi dal reato, con radicale esclusione degli enti, di vario genere, che non siano titolari del bene giuridico leso dal reato, ma soltanto portatori di interessi diffusi, al rispetto delle norme stabilite dalla legge penale. Se, infatti, la persona giuridica offesa dal reato, si trova indubbiamente nella necessità di legare la propria richiesta risarcitoria alle vicende e, soprattutto, agli sviluppi probatori del processo penale, potendo peraltro fornire un apporto inestimabile proprio alla completezza del compendio probatorio, in tutt’altra situazione si trovano gli enti esponenziali o collettivi, non titolari del bene giuridico leso dal reato. Tali soggetti devono poter partecipare al processo penale, in quanto portatori di interessi superindividuali che appaiono meritevoli di tutela; in quest’ottica, si propone di ampliare i presupposti soggettivi che consentono l’intervento ai sensi dell’art. 91 c.p.p.: potranno intervenire a questo titolo non più solo gli enti esponenziali ai quali sia stata riconosciuta in forza di legge una finalità di tutela degli interessi lesi dal reato, ma quelli il cui statuto preveda tale scopo. Tali soggetti troveranno pertanto uno spazio partecipativo diverso da quello della parte civile e, come già nel disegno originario del codice vigente, assimilato a quello della persona offesa non costituita parte civile. Ciò consentirà non solo di restituire coerenza alla sistematica dei soggetti del procedimento – indubbiamente inquinata dalla tendenza al riconoscimento del diritto alla costituzione di parte civile a soggetti che non sono direttamente colpiti, nei propri diritti, dal reato – ma anche di snellire significativamente il quadro delle pendenze processuali, limitando, per un verso, la legittimazione alla costituzione di parte civile, appunto, alla sola vittima e al soggetto giuridico offeso dal reato, e, per altro verso, razionalizzando i poteri di impugnazione della parte civile stessa, come previsto sub art. 7. In attuazione della delega, di conseguenza, il legislatore dovrà intervenire sulle norme contenute in leggi speciali che attribuiscono anche a enti esponenziali che abbiano subito danni indiretti la legittimazione a costituirsi parte civile nel processo penale: in tutti questi casi, trattandosi di soggetti che in realtà hanno interesse all’accertamento penale e non al un ristoro di un danno, si dovrà prevedere – assai più ragionevolmente – la facoltà di partecipare al procedimento a fianco della parte pubblica ai sensi dell’art. 91 c.p.p. L’esigenza di un più compiuto adeguamento della normativa interna allo standard euronitario di protezione delle vittime del reato, impone, da ultimo, di integrare le disposizioni a tutela delle vittime di violenza introdotte con legge 19 luglio 2019, n. 69, recante Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e altre disposizioni in materia di tutela delle vittime di violenza domestica e di genere, estendendone la portata applicativa anche alle vittime di tentato omicidio e dei delitti in forma tentata. Attualmente, infatti, le disposizioni suddette si applicano solo nel caso dei delitti previsti dagli articoli 572, 609-bis, 609-ter, 609-quater, 609-quinquies, 609-octies, 612-bis e 612-ter 8 del codice penale, ovvero dagli articoli 582 e 583-quinquies del codice penale nelle ipotesi aggravate ai sensi degli articoli 576, primo comma, numeri 2, 5, 5.1, e 577, primo comma, numero 1, e secondo comma, del medesimo codice.

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