>ANSA-ANALISI/ Incognita ricorsi ambientali su big industria
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- Ansa
(Di Fabio Tamburini)
(ANSA) – ROMA, 18 GIU – Il conto presentato all’Ilva dal Comune di Taranto, nel marzo scorso, è salato: 3 miliardi di euro per danni alla popolazione. Poi si è fatto avanti il Codacons, l’associazione dei consumatori, che ha preannunciato azioni legali per almeno altri 500 milioni, ed è in arrivo un discreto numero di costituzioni di parte civile, a partire da quella annunciata dalla Regione Puglia un paio di mesi fa. Ma risarcimenti clamorosi sono stati richiesti dal ministero dell’Ambiente (spesso affiancato da quello della Salute) anche all’Enel per gli impianti di Porto Tolle, in Provincia di Rovigo (3,6 miliardi), alla Caffaro di Brescia (3,4 miliardi), alla Solvay in Toscana (9 miliardi poi ridotti in misura significativa), alla ex Lucchini di Livorno (diverse centinaia di milioni), alla Syndial del gruppo Eni per lo stabilimento di Pieve di Vergonte, sul Lago Maggiore (quasi 1,9 miliardi) e così via. L’elenco è davvero lungo e comprende una serie di situazioni pendenti ad altissimo impatto ambientale come la Tirreno Power di Vado ligure a Savona o la centrale di Brindisi dell’Enel. Ovviamente ognuna di queste vicende fa storia a parte. In alcune situazioni le responsabilità aziendali sono evidenti. In altre molto meno. Su alcune vicende si è già pronunciata la magistratura, almeno con giudizio di primo grado, mentre altre sono in pieno svolgimento e un discreto numero di situazioni risalgono a comportamenti tenuti in anni ormai lontani. Per tutte la richiesta è di risarcimenti straordinariamente elevati. Talmente elevati da far risultare poca cosa altri precedenti internazionali di vicende clamorose d’inquinamento ambientale. Il caso Bhopal, lo stabilimento della Union Carbide da cui sono fuoriuscite 40 tonnellate di gas tossico che hanno provocato migliaia di morti, malattie croniche di massa e danni ambientali enormi è stato chiuso da una transazione tra la multinazionale americana e il governo indiano pari a circa 315 milioni di euro, sia pure 25 anni fa. Altrettanto sproporzionati rispetto alle richieste di risarcimento attuali risultano i precedenti in Italia. Basta ricordarne, in proposito, un paio. Le cause sulla frana nel fiume Vajont, con quasi 2 mila morti e 700 abitazioni distrutte, sono finite dopo anni di vertenze giudiziarie con una transazione in cui Montedison ha riconosciuto allo Stato italiano risarcimenti per qualche decina di milioni di euro. Sempre Montedison per i delitti di disastro, adulterazione e avvelenamento dell’area di Porto Marghera ha transato nell’ottobre 2001 per 550 miliardi di lire, di cui soltanto 25 miliardi (pari a 12,5 milioni di euro) corrisposti al ministero per danno ambientale. Di sicuro un conto sono le richieste di risarcimento danni ambientali e un altro il risultato finale dei processi o delle transazioni. Ma resta il fatto che il numero dei grandi gruppi industriali rimasti a controllo italiano si è drasticamente ridotto e su quei pochi pesa l’incognita di cause legali per risarcimenti miliardari che, da soli, valgono più di una legge finanziaria d’emergenza. “Finirà che verranno versate somme più o meno simboliche”, prevede l’ex amministratore delegato di uno dei gruppi coinvolti, mentre nel mondo della siderurgia sottolineano che l’Ilva di Taranto non è l’area produttiva più inquinante dell’acciaio europeo. Un certo ottimismo di parte aziendale è poi giustificato dal fatto che un anno fa l’Italia ha pienamente adeguato la normativa alle leggi europee stabilendo alcune regole fondamentali. “Uno degli aspetti fondamentali”, spiega Franco Bonelli, avvocato e autore di saggi ben documentati sull’argomento, “è che ciascuno risponde nei limiti della propria responsabilità personale, secondo il principio che chi inquina paga, senza dover rendere conto dei danni provocati da altri”. La nuova disciplina si applica anche ai giudizi pendenti non ancora definiti con sentenza passata in giudicato, il danno ambientale dev’essere risarcito solo “con misure di riparazione” e non “per l’equivalente pecuniario”, il costo delle misure d’intervento dev’essere proporzionato ai vantaggi ambientali ottenibili. In conclusione, tenendo conto delle norme europee, sarebbe auspicabile una maggior proporzione tra richieste e risarcimenti effettivamente ottenibili, accantonando la logica di sparare alto nel tentativo di raccogliere qualcosa in più. Con una necessità aggiuntiva: scongiurare il rischio, particolarmente sentito in momenti di grande crisi economica, che i risarcimenti vengano utilizzati per fini diversi dal risanamento ambientale.(ANSA).
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