19 Aprile 2018

>>>ANSA/ ‘Mef inerte su derivati’. Tesoro,rischio era devastante

 

(di Mila Onder) (ANSA) – ROMA, 19 APR – Il ministero dell’Economia è stato “inerte” di fronte alla volontà di Morgan Stanley, ha sottovalutato i rischi legati ai contratti derivati sottoscritti con la banca, ne ha ignorato i dettagli e si è messo così in posizione subalterna rispetto alla banca, colpevole di duplicità nei confronti del Tesoro, ‘specialist’ nell’assistenza sulle aste dei titoli di Stato e allo stesso tempo controparte dei contratti. E’ stata una requisitoria fiume quella del procuratore della Corte dei Conti, Massimiliano Minerva, contro l’istituto americano e contro gli ex ministri, Domenico Siniscalco e Vittorio Grilli, e dirigenti del Tesoro, Maria Cannata, ex responsabile del debito pubblico, e Vincenzo La Via, attuale direttore generale, imputati per un danno erariale da 3,9 miliardi di euro. Per circa tre ore, il pm ha illustrato con dovizia di particolari quella che è considerata la cattiva gestione del debito pubblico italiano. La contestazione riguarda la “negligenza” e l’ “imperizia” del Mef nell’inserimento nel contratto con la banca di una specifica clausola di uscita anticipata dai derivati, l’Ate, e del pagamento a Morgan Stanley, che ne rivendicava l’attuazione, di 3,1 miliardi di euro, proprio nel momento di maggiore difficoltà economica del Paese, a fine 2011. Allora, quando non si riuscivano a pagare gli stipendi pubblici, il Mef non avrebbe contrastato in nessun modo la pretesa della banca, avrebbe affidato la gestione del debito ad un organico inadeguato e non avrebbe previsto alcuna garanzia collaterale al contratto. Ma è proprio quel momento, secondo gli avvocati difensori del Ministero, ad aver fatto la differenza. Aver posto un netto niet a Morgan Stanley, con cui si è invece trattato a lungo e in modo paritario in base a contratti e clausole legittime e utilizzate di prassi a livello internazionale, “avrebbe provocato la devastazione del mercato finanziario, l’immediata e istantanea perdita di fiducia degli operatori finanziari nella Repubblica italiana, l’esodo degli operatori del debito pubblico e il crollo dell’economia, con effetti irreversibili e devastanti”, ha spiegato Antonio Palmieri, uno dei difensori di Maria Cannata. Del resto, hanno ribadito le parti sotto accusa, l’Ate così come il tipo di derivato sottoscritto con l’opzione ‘swaption’, erano stati previsti esplicitamente da un decreto dell’allora ministro del Tesoro, Carlo Azeglio Ciampi, prima e da una circolare di Mario Draghi, direttore generale di Via XX Settembre, dopo. E’ proprio il presidente della Bce il convitato di pietra all’udienza. Il suo nome non figura tra quelli degli imputati, ma Antonio Catricalà, in veste di avvocato di Morgan Stanley, non ha omesso di citarne il ruolo, a cavallo degli anni Duemila, nelle stanze del ministero. Nel sottoscrivere i contratti e nel ristrutturare il debito con Morgan Stanley, sostengono i difensori, Cannata si sarebbe rifatta a lui. Non così per il procuratore contabile che parla di un “appunto generico” di Draghi che anni prima non poteva sapere quale sarebbe stato l’utilizzo dei derivati in oggetto. La banca ha contestato intanto la giurisdizione della Corte dei Conti nel processo, chiedendo che a giudicare sia la magistratura civile. La sentenza della Corte dei Conti in merito sarà depositata entro un mese e mezzo. I giudici dovranno anche decidere se ammettere le parti civili, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, costituitasi insieme alla Cgil. Nel caso di ammissibilità, dovrebbero essere fissati i termini per lo studio degli incartamenti e potrebbe essere disposta una consulenza tecnica. (ANSA).

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