Anche Urbani contro il caro dischi
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fonte:
- Il Messaggero
contro il caro dischi
ROMA – “Abbassa la tua Iva per favore“, chiede il mondo della musica al governo. E il ministro dice di sì. «Sono totalmente d?accordo» proclama Giuliano Urbani all?indomani dell?appello lanciato da centocinquanta artisti (praticamente tutto l?establishment della musica non solo pop). Il responsabile dei Beni culturali si dichiara «disponibile a lavorare» per abbassare l?imposta sui dischi dal 20 attuale al 4 per cento. Solo che la questione non dipende solo da lui: «Il problema è di disponibilità finanziarie – spiega -. È il ministro dell`economia che deve dire la sua. Il Fondo monetario internazionale ci consiglia fortemente di limitare ulteriormente le spese, se agiamo sul diminuire delle entrate, ci dicono “tagliate ancora di più“».
E allora? Allora c?è da spettare ancora. Anche se qualcosa si va muovendo (un segnale di sostegno è venuto dall?opposizione, con una dichiarazione dell?onorevole Giulietti dei Ds). I discografici comunque insistono, fanno notare come il gettito proveniente dal settore non sia stratosferico: cento milioni di euro (il mercato globale è di 500 milioni) a cui andrebbe sottratto anche il venti per cento rappresentato dal mercato delle edicole, dove l?Iva è al 4 per cento. Nelle settimane scorse i tecnici delle Finanze hanno già dato un parere tecnico favorevole sulla fattibilità di un ritocco delle aliquote fiscali. La questione è attualmente in commissione al Senato. La possibilità concreta è di un primo abbassamento dell?Iva di qualche punto, quattro o cinque, in tempi rapidi, portandola così al 15, 16 per cento (a livello di altri paesi europei come la Germania).
Un toccasana parziale, non risolutivo. Anche perchè le facce della crisi sono tante, a cominciare dalla scarsa qualità artistica e dagli investimenti sbagliati da parte delle multinazionali. E, proprio in questo senso, va la provocazione fatta ieri dal Codacons che ha contestato l?appello al governo dei 150 artisti invitandoli, invece, a ridursi i cachet. Sollecitazione, questa, accompagnata da un?accusa in decisa controtendenza: «Il prezzo dei cd continua ad aumentare, complici gli arrotondamenti dell`euro. I dischi sfiorano quota 22 euro, mentre il prezzo medio di un singolo è addirittura di 6,50 euro, contro le 10-11 mila lire che si pagavano l`anno scorso».
Sia come sia, quello che non si può nascondere è la crisi crescente del settore. Da una parte, il calo delle vendite è in vertiginoso aumento (nel 2001 in Italia è attorno al 9 per cento) e, dall?altra, la pirateria sta stringendo la gola del mercato. E? proprio di ieri l?ultimo dato fornito a Washington dall?Ifpi, l?associazione che rappresenta l?industria discografica mondiale: il quaranta per cento dei cd e delle cassette vendute in tutto il pianeta è pirata. Nel 2001 è stato venduto quasi un miliardo di dischi contraffatti (esattamente 950 milioni di pezzi) per un valore di circa quattro miliardi e mezzo di euro (e, per la prima volta, grazie ai masterizzatori, i cd rappresentano oltre la metà, il 51 per cento, dei prodotti illegali superando le cassette). La vera palla di piombo sono i paesi dell?Estremo oriente e quelli latino americani. In Cina la pirateria arriva addirittura al 90 per cento, in Indonesia all?85, in Messico al 60. In Europa, a fare peggio dell? Italia, con il suo 25 per cento (pari a un valore globale di circa 120 milioni di euro), sono soltanto la Spagna (30 per cento) e la Grecia (50).
Il sud-est asiatico è in ogni caso la base produttiva della pirateria internazionale: sette cd vergini su dieci vengono prodotti a Taiwan, ad Hong Kong e in Cina, ma anche in India, a Singapore e in Malaysia. Si tratta di attività perfettamente legali, ma ovviamente si tratta anche della fonte principale di approvvigionamento per il mercato illegale.
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