2 Ottobre 2015

Anche Grom finisce all’ estero

Anche Grom finisce all’ estero
blitz del gruppo anglo-olandese, che
compra le quote dei fondatori. l’ azienda conta 67 negozi in italia e
nel mondo ma dal 2013 è in rosso ed era alla ricerca di capitali freschi

Era dall’ autunno del 2013 che Federico Grom e Guido Martinetti cercavano capitali o nuovi soci, oltre al gruppo Illy (5%), alla giapponese Lemongas Fukuoka (6,74%) e alla turca Ikfram (5,66%) per il loro progetto, cioè la catena di gelaterie Grom, nata esattamente dieci anni prima. Una necessità che era emersa anche al momento dell’ approvazione del bilancio al 30 settembre 2014, chiuso con un giro d’ affari di 27,6 milioni (+4,8%), un ebitda di -240 mila euro e una perdita di 2,4 milioni (in crescita rispetto al rosso di 1,7 milioni dell’ esercizio fiscale precedente). Nella relazione di gestione, come riferito da MF-Milano Finanza lo scorso 23 giugno, si faceva esplicito riferimento a «nuove operazioni di carattere straordinario a sostegno delle esigenze finanziarie». Tradotto: «O una nuova ricapitalizzazione o il ricorso a un bond». I due imprenditori, titolari entrambi di una quota del 41,3%, alla fine hanno rinunciato a queste opzioni, accettando l’ offerta del colosso anglo-olandese Unilever (48,4 miliardi di fatturato con un utile netto di 5,17 miliardi 2014), cedendo così il controllo della catena di 67 gelaterie in Italia e all’ estero (Dubai, Jakarta, New York, Hollywood, Malibu, Osaka e Parigi) che tuttavia continueranno a gestire. Il controvalore dell’ operazione non è stato reso noto ma lo si può calcolare prendendo a riferimento l’ enterprise value assegnato a Grom dal gruppo Illy quando, nel 2011, entrò nel capitale rilevando il 5% per 2,5 milioni. All’ epoca, quindi, la società valeva complessivamente 50 milioni. Una cifra decisamente superiore alla valutazione attuale se è vero che, secondo indiscrezioni di mercato, negli ultimi anni alcuni fondi d’ investimento si sono fatti avanti mettendo sul piatto un enterprise value di 30 milioni. Ma visto che negli ultimi due esercizi fiscali il trend era stato negativo, almeno in termini di margini e risultato netto, è plausibile mantenere il controvalore dell’ operazione tra 30 e 35 milioni. Anche perché al 30 settembre 2014 Grom presentava debiti nei confronti del sistema bancario per 7,2 milioni e una posizione finanziaria netta negativa di 5,5 milioni, a fronte di un patrimonio netto di 4,6 milioni. Va però detto che in tutti questi anni la società, i soci e il management hanno investito risorse nello sviluppo industriale e nell’ espansione internazionale. Al punto che nei piani di Grom e Martinetti c’ erano lo sbarco a breve negli Emirati Arabi e, negli Usa, a Los Angeles, Chicago, e in altre località della Florida e del Nevada. Un’ attività che ovviamente richiede massicci capitali, così come l’ altra diversificazione di natura commerciale, ovvero l’ approdo nei centri commerciali e nelle stazioni ferroviarie. Nel frattempo, sul versante industriale, uno degli obiettivi era l’ allargamento al business dei gelati confezionati. Forse un modo anche di superare la sconfitta subita a luglio nella disputa con il Codacons, che ha diffidato l’ azienda Grom dall’ utilizzo della definizione «gelato artigianale», scatenando diverse polemiche sul web. E proprio l’ arrivo in grande stile del colosso Unilever (è presente in più di 190 Paesi, con più di 400 marchi e un bacino di 2 miliardi di consumatori al giorno) potrebbe accelerare la diversificazione produttiva e l’ ampliamento della presenza a livello globale. Senza confondere il marchio Grom con quello Algida o con quello dell’ americana Ben&Jerry’ s. (riproduzione riservata)
andrea montanari

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