fbpx
4 Maggio 2019

Airbnb versa la tassa di soggiorno ad appena 23 Comuni su 1.020

federalberghi: «far west intollerabile, possibile un danno erariale». mentre gli hotel devono raccogliere l’ imposta, i portali riscuotono solo in caso di accordo con i sindaci. «la situazione può favorire l’ evasione»
chiara mericoUn’ imposta che da sola vale circa 600 milioni di euro, ma che viene applicata solo in una piccola percentuale dei Comuni italiani e praticamente soltanto dalle strutture ricettive «tradizionali», mentre per chi affitta con portali come Airbnb la situazione è controversa: è la tassa di soggiorno. Un balzello che potrebbe fruttare molto di più se solo fosse più facile esercitare la riscossione: gli albergatori e gli affittuari, che la incassano dai clienti, sono infatti tenuti a riversarla al Comune di appartenenza, ma esistono diversi casi di «grigio». Tra questi spicca la situazione di chi affitta tramite portali Internet per locazioni brevi, come appunto Airbnb: per ovviare al problema la piattaforma ha avviato intese con alcuni Comuni italiani, in base alle quali il sistema di versamento della tassa è automatizzato, ma per gli albergatori la mossa non è sufficiente.controlli analiticiVenendo ai numeri, come ha spiegato il presidente di Federalberghi, Bernabò Bocca, la tassa riguarda appena il 13% dei 7.915 Comuni italiani: si tratta di 1.020 località – di cui 997 applicano l’ imposta di soggiorno e 23 la tassa di sbarco – che però ospitano il 75% dei pernottamenti registrati ogni anno in Italia. La platea potenziale è molto più ampia: sono infatti circa 3.700 i centri – capoluoghi di provincia, località turistiche e città d’ arte – che, in base al decreto legislativo 23/2011, hanno la facoltà di istituire l’ imposta di soggiorno.Le criticità sono diverse, denunciano gli operatori. A cominciare dal «far west» del settore delle locazioni brevi, che lo stesso Bocca ha definito «intollerabile». Per il presidente di Federalberghi «la legge ha stabilito che i portali devono riscuotere l’ imposta di soggiorno dovuta dai turisti che prenotano e pagano attraverso le piattaforme, ma Airbnb assolve a questo obbligo solo in 18 Comuni su 997». Non solo: «Queste amministrazioni, allettate dalla prospettiva di nuovi introiti, si sono rese disponibili a sottoscrivere un accordo capestro, accettando un sistema di rendicontazione sostanzialmente forfettario, che non consente un controllo analitico e induce a domandarsi se non si configurino gli estremi di un danno erariale», ha aggiunto Bocca, aprendo a Capri i lavori della 69° assemblea dell’ associazione. Accuse respinte al mittente da Airbnb, che ha parlato di 23 città coinvolte dagli accordi per la riscossione e ha replicato duramente: «Difendendo d’ ufficio i suoi numerosi associati accusati di peculato, il presidente Bocca si scaglia contro tutto e tutti, riuscendo a mancare di rispetto in un colpo solo sia al legislatore sia agli amministratori delle 23 città che hanno automatizzato l’ imposta di soggiorno tramite Airbnb». Il ruolo delle piattaforme di sharing non è però l’ unico problema. Per Bocca «la tassa viene introdotta quasi sempre senza concertare la destinazione del gettito e senza rendere conto del suo effettivo utilizzo. Qualcuno racconta la storiella dell’ imposta di scopo, destinata a finanziare azioni in favore del turismo. In realtà è una tassa sul turismo, il cui unico fine sembra essere quello di tappare i buchi dei bilanci comunali». Di certo per le casse locali il trend della riscossione è positivo. Nel 2017, l’ ultimo anno per il quale sono disponibili i dati ufficiali, i Comuni italiani hanno incassato circa 470 milioni di euro a titolo di imposta di soggiorno e imposta di sbarco. Nel 2012 il gettito era stato di circa 162 milioni, nel 2015 di 403 milioni e per il 2019 le stime sono di un’ ulteriore crescita a 600 milioni di euro, cifra che deriva dall’ aumento del numero delle amministrazioni che applicano l’ imposta (erano 332 a luglio 2012, oggi superano il migliaio) e dall’ incremento delle tariffe. la capitaleA beneficiarne più di tutti è la Capitale: nel 2017 Roma ha infatti ricavato 130 milioni di euro dalla tassa di soggiorno, cifra pari al 27,7% del totale. Seguono a distanza Milano, con poco più di 45 milioni, Venezia, con 33,1 milioni, e Firenze, con 31,7 milioni. Dove vanno a finire questi soldi? Non si sa con certezza: per questo l’ associazione dei consumatori Codacons ha fatto appello al ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, affinché «sia garantita una maggiore trasparenza a cittadini e turisti, obbligando i Comuni a pubblicare online l’ esatta destinazione della tassa di soggiorno e gli interventi realizzati grazie ai proventi raccolti attraverso l’ imposta». Per il presidente dell’ associazione, Carlo Rienzi, la legge prevede che gli introiti della tassa siano destinati a «finanziare interventi in materia di turismo, manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali locali e dei relativi servizi pubblici locali. Tuttavia regna il mistero più fitto su come realmente siano utilizzati i fondi raccolti attraverso l’ imposta di soggiorno, e i cittadini pagano questo balzello a fondo perduto».

Previous Next
Close
Test Caption
Test Description goes like this
WordPress Lightbox