24 Febbraio 2002

Acquedotto del peschiera

Avvelenare l?acquedotto di Roma in meno di tre ore è facile quasi come berne un bicchiere d?acqua. Noi di Libero siamo riusciti a provarlo personalmente, senza alcun mezzo particolare, nell?arco di un pomeriggio presso la fonte del Peschiera a Città Ducale. Dimostrando così quanto sia agevole per chiunque (figurarsi per dei terroristi) introdursi in questi impianti in provincia di Rieti da cui parte il 90% di tutti i rifornimenti idrici destinati ai rubinetti della Capitale.





Dopo l?arresto qualche giorno fa del commando di marocchini a Tor Bella Monaca, sospettato di voler introdurre del cianuro nei tubi dell?acqua di Roma, i messaggi tranquillizzanti si sono sprecati: dal prefetto della città Emilio Del Mese ai vertici dell?azienda municipalizzata urbana (Acea) sino ai ministri Alemanno e Scajola, tutti si sono affrettati a rassicurare l?opinione pubblica sul fatto che l?acquedotto romano è talmente ben sorvegliato da scongiurare a priori qualsiasi attentato terroristico. Peccato che la realtà sia ?un pochino diversa?. La centrale dell?acquedotto in questione si trova a un centinaio di chilometri dall?Urbe, e precisamente in località Micciani, frazione di Città Ducale a un passo da Rieti. Qui l?acqua viene prelevata dalle sorgenti del fiume Peschiera, dal Monte Nuria vicino alle nevi del Terminillo, e quindi incanalata in enormi tubi che alla velocità di dieci metri al secondo la trasportano in circa due ore e cinquanta minuti fino ai rubinetti della metropoli laziale. A rendere sicuro il complesso sarebbe, a sentire le istituzioni preposte, l?invalicabile sorveglianza affidata agli uomini dell?esercito, supportata da un corredo di barriere artificiali, telecamere a circuito chiuso e sensori ad hoc. Ecco invece quel che ci siamo trovati di fronte.


A guardia della centrale ci sono quindici giovanissimi granatieri di Sardegna per turno, ma dispersi su un area chilometrica enorme, cosicché all?ingresso della struttura monta un solo ragazzino in tuta mimetica fresco di naja, e nelle aree adiacenti tutt?uno con l?interno, come pure appena all?esterno o lungo la strada d?accesso, non c?è l?ombra di un soldato. La cosa più incredibile è che da un intero settore dell?area di ingresso principale, il più esposto, manca addirittura la minima parvenza di recinzione, rete o cancello. Niente che separi la strada dalle strutture interne, mentre nel resto del perimetro esiste una specie di retìna divisoria da giardino in alcuni punti rotta o accartocciata. Ma c?è anche di peggio. Gli edifici delle grotte dove si incanalano i flussi sorgentizi in appositi tubi a cielo aperto che da qui dipartono per Roma, sono infatti facilemente raggiungibili non visti dalla strada a un centocinquanta metri prima dell?ingresso dopo aver guadato il tratto del Peschiera (utilizzato più a valle anche dalla centrale Enel e da una tropicultura industriale) in quel punto profondo pochi centimetri e largo pochi metri. In capo a qualche minuto si può così raggiungere il buco della galleria che contiene le grotte e le condotte che ne escono all?aperto per diverse centinaia di metri lungo il Peschiera, e contaminarle a piacere. Tutto ciò è possibile grazie a una falla lasciata intenzionalmente nella recinzione dell?area attigua alla centrale dell?acquedotto: un comico cartello sulla rete avverte ?Limite invalicabile? ?Sorveglianza armata? proprio accanto a una sguarnitissima entratura delle dimensioni di una porta su cui non è mai stato montato il cancello. Vi chiedete come mai? Perché altrimenti il dirimpettaio del sito ? proprietario di un piccolo appezzamento dove si diletta a coltivare per passatempo qualcosa nei weekend ? non avrebbe più potuto attingere dal Peschiera l?acqua che gli serviva! E, guarda ?caso?, questo agricoltore della domenica ai danni della pubblica sicurezza altri non è che un locale funzionario di polizia, il quale si è permesso pure di chiederci i documenti prima di obiettare che eventuali terroristi non avrebbero bisogno di passare dalla ?sua? falla perché ?è impossibile difendere un intero acquedotto palmo a palmo: se vogliono passano dappertutto?.


A circa trecento metri dal perimetro delle grotte in direzione del paese, è situato poi l?unico altro impianto dell?acquedotto romano dove i tubi, e il relativo ingresso da una specie di casamatta sovrastante, emergono allo scoperto da sottoterra. Ebbene, dalla casamatta ai tubi si accede per una semplice botola arrugginita sprovvista di lucchetto, mentre alla botola si arriva altrettanto facilmente scavalcando un reticolato di filo solo plasticato dalle maglie larghissime ad altezza di bambino, oppure un cancello posteriore semiaperto dal lucchetto quasi marcio puntellato da un bastone rimovibile. L?impianto viene utilizzato dal 1963 per inviare l?acqua verso la Capitale ogni qual volta quello della centrale sia in emergenza, ma secondo il capo provinciale del Codacons di Rieti Marco Tiberti ? (il quale racconta di una visita in loco con un ingegnere di fama nazionale consulente del noto comitato consumatori, in seguito a cui era appunto comparso il reticolato) ? l?impianto di cui sopra sarebbe invece la via usuale del principale flusso idrico per Roma. A sorvegliare la zona ?provvede? una pattuglia dei Carabinieri locali facendoci un giro veloce con la volante, ovvero transitando per la via forse un paio di volte al giorno. Gli sparuti residenti, anziani contadini, testimoniano di non aver notato un aumento della soglia dei controlli, lì come alla centrale idrica, nemmeno nei giorni successivi alla divulgazione del piano eversivo degli islamici. Infatti noi di Libero abbiamo potuto intrufolarci assolutamente indisturbati per un paio d?ore buone in pieno giorno prima che gli agenti dell?Arma ci fermassero, chiamati peraltro dagli stessi residenti in allarme per una presenza estranea tutt?altro che nascosta. Figuriamoci cosa potrebbe fare chi agisse in maniera occulta e col favore delle tenebre in una frazione montana già molto isolata da diversi tornanti. Altro che telecamere e fantascientifici sensori. Qui ci vorrebbe il meglio della nostra intelligence, mentre si lascia tutto sulle spalle di alcuni ruspanti padri di famiglia in divisa della Benemerita, che in buona fede ci hanno assicurato la loro inverosimile ?sorveglianza assoluta 24 ore su 24? ? con un paio di ronde quotidiane nientemeno sull?acquedotto del secondo bacino idrografico d?Europa (Piano Vittorino). Molto più vigili sono piuttosto i pochi abitanti della zona, i cui occhi senza troppe occupazioni si accorgono subito di qualunque elemento insolito e non ti mollano un attimo, sempre che sia di luce e il fatto non accada sui monti alle loro spalle.

Non serve quindi a nulla blindare col cemento i tubi sotto l?ambasciata Usa, come predisposto dopo il fallito attentato del dicembre 2000, che secondo la ricostruzione dell?MI5 britannico mirava ad avvelenare appunto col cianuro la rete idrica sotto via Veneto. A che potrebbe servire quando si può fare tutto comunque e meglio ?alla fonte? (letteralmente) senza difficoltà né rischi, a cento chilometri dagli obiettivi finali, contaminando potenzialmente in un colpo e col minimo sforzo 80 km di gallerie, 35 serbatoi e 5050 km di condotte urbane che scaricano nelle case dei romani 500 litri al dì pro capite, da via Condotti a Piazza Rotonda fino all?Aventino? L?11 settembre ha evidenziato chiaramente che sottovalutare il terrorismo islamico è uno sbaglio macroscopico, ma addirittura agevolargli il compito come succede con l?acquedotto del Peschiera sembra davvero folle. Ed è altresì colpevole tacciare di paranoia gente come Tiberti del Codacons, che la permeabilità del sito dell?acquedotto la denunciava da tempo insospettabile, raccogliendo per tutta risposta l?ostilità e un?etichettatura negativa da parte delle Forze dell?Ordine e degli organi preposti. Più o meno la stessa reazione toccata a suo tempo al giudice federale americano Kevin Duffy che per primo aveva sostenuto la tesi dell?attentato al cianuro per l?attacco alle Torri Gemelle del 1993. Incaricato dell?indagine al processo che ne seguì, non fu presa abbastanza sul serio quando collegò i resti cianidrici rinvenuti al World Trade Center con una bottiglia vuota di cianuro, di sodio sotto forma liquida trovato nel deposito noleggiato come base logistica dagli autori materiali insieme a manuali di istruzioni e tracce di esperimenti precedenti. L?internazionale del terrore ha insegnato ai suoi adepti la chimica dei veleni nei campi ?scuola? afghani di Bin Laden appena fuori Jalalabad dove ?spiegavano le tecniche per maneggiare il cianuro somministrandolo ai cani usati da cavie?, come ha testimoniato l?ex allievo Ahmed Ressam, il trentaquattrenne algerino dell?attentato (fallito) della notte del millennio. Il know-how proveniva dalla tecnologia sviluppata nell?industria farmaceutica Al Scifa di Khartoum in Sudan, appartenente ai prestanome di Osama, prima della sua distruzione ad opera degli americani nell?88.

Dunque solo degli sprovveduti possono sottovalutare l?eventualità che gli affiliati della banda di Tor Bella Monaca ancora in circolazione possano concretamente realizzare un avvelenamento delle condotte idriche di una città dal nome internazionale, mediaticamente appetibile, quale Roma. Quanto alla materia prima, il ferrocianuro si trova nei negozi di ferramenta e nei vivai, usato in agricoltura ed enologia, il cianuro di sodio in bottigliette da tre euro nei negozi di articoli per la stampa fotografica. E le istruzioni si reperiscono pure su internet, negli stessi siti dove si insegna a farsi in casa la TNT ordinando in rete pratici kit. Se poi, come per l?acquedotto romano del Peschiera, financo nei siti sensibili siamo proprio noi a lasciare la porta comodamente aperta ai pianificatori di azioni di tale genere, allora varrà l?adagio dantesco ?Chi è causa del suo mal pianga se stesso?. Coi veleni nell?acqua purtroppo non funzionano vaccini, maschere o metal detector, l?unica è prevenire ?alla fonte?. Per evitare che uno degli altri novantanove compagni di corso (solo nella classe del cianuro di Ressam) di cui si sono perse le tracce uccida per dispnea, bradicardia e convulsioni qualche migliaia di ignari assetati italiani nel nome di Allah.

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