14 Giugno 2011

Acquedotti, la palla ora passa ai Comuni

Acquedotti, la palla ora passa ai Comuni
 

ROMA – Quorum raggiunto nel referendum popolare sui quesiti 1 (scheda rossa), sulla gestione dei servizi idrici e la loro privatizzazione, e 2 (scheda gialla) sulla determinazione della tariffa del servizio idrico integrato. Ma, a detta degli esperti tecnici di settore, ora il vero dopo-referendum lo devono decidere i Comuni. Loro sono i proprietari delle aziende in quasi tutte le città, quindi saranno i municipi a dover dire se faranno gare e/o affidamenti diretti. Il Comitato referendario 2 sì per l’ acqua bene comune, «l’ abrogazione del famigerato decreto Ronchi richiede una nuova normativa. Dal 2007 è depositata in parlamento una legge d’ iniziativa popolare, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’ acqua con oltre 400.000 firme: dev’ essere immediata portata alla discussione, ampia e partecipativa, delle istituzioni e della società. Inoltre, l’ abrogazione dei profitti dall’ acqua richiede l’ immediata riduzione delle tariffe pagate dai cittadini, nonché la convocazione, Ato per Ato, di assemblee territoriali che definiscano tempi e modi della ripubblicizzazione del servizio idrico in ogni territorio». Il settore, e l’ esito del referendum sembra confermarlo, è «unanimamente considerato di monopolio naturale, permeato di rilevanti interessi generali» si legge nel «Blue Book – I dati sul Servizio idrico integrato in Italia», redatto da Utilitatis e Anea (Associazione nazionale Autorità e enti di ambito) da un’ analisi di 130 Piani d’ Ambito approvati, che corrispondono alla pianificazione di 82 Ambiti Territoriali Ottimali (Ato). Qui, in 6706 Comuni, risiedono 53,7 milioni di abitanti, pari al 94,7% degli italiani. «L’ acqua è, e rimane un bene pubblico», afferma per parte sua Federutility, che non commenta l’ esito referendario e diffonde alcune cifre. Ad agosto 2010 erano stati rilevati 72 affidamenti, la maggior parte a società in house (34), 13 a quelle quotate, 12 a società miste, 6 in concessione e 7 transitori. Le famiglie italiane spendono per il servizio idrico una media di 134 euro l’ anno, per un consumo di 100 metri cubi d’ acqua; la spesa sale a 201 euro se, come avviene spesso, il consumo è di 150 metri cubi. La spesa incide per lo 0,8% sull’ esborso mensile di una famiglia. «L’ Italia ha le tariffe più basse d’ Europa» conclude Federutility. Nus Consulting ricorda invece che superano gli 11 miliardi ogni giorno i litri d’ acqua che scorrono in Italia dai rubinetti e dalle fontane, circa 186,6 litri per abitante. Un consumo che costa, secondo questa stima, 301 euro medi a famiglia e continua ad aumentare. Per la manutenzione della rete sono necessari 64,1 miliardi di euro nei prossimi 30 anni e dal 1995, quando la legge Ronchi ha aperto ai privati la gestione del servizio, i fondi sono stati inferiori alle aspettative. Solo il 36% degli investimenti pubblici previsti sono stati stanziati e, considerando anche i privati, non si raggiunge il 60%. Il decreto Ronchi del 2009, al centro del referendum, spinge l’ acceleratore sulla privatizzazione del servizio e sull’ apertura a capitali privati. Il timore di chi ha votato sì è anche una crescita dei costi con aumenti del 30-40% (secondo il Codacons). A oggi, le regioni con i prezzi più elevati sono quelle dove la gestione è privata come la Toscana (462 euro a famiglia, 161 in più della media), l’ Umbria (412 euro) e l’ Emilia Romagna (383).

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