13 Febbraio 2001

Acque minerali, scontro sui limiti

Acque minerali, scontro sui limiti

I consumatori: ricorreremo al Tar. I produttori: rispettati i valori dell?Oms

ROMA – E? polemica sui limiti di alcune sostanze come arsenico, cadmio, bario e nitrati contenute nelle acque minerali e in quelle potabili. Il giorno dopo l?articolo del Corriere sul decreto con cui il ministero della Sanità sta cercando di evitare una procedura di infrazione europea, fissando tetti per le sostanze inquinanti considerati troppo elevati dagli ambientalisti, scendono in campo le associazioni dei consumatori. Il Codacons sta valutando la possibilità di un ricorso al Tar prima ancora che Bruxelles si esprima sul provvedimento. Dal canto suo l?Adusbef definisce «scandaloso e intollerabile» il comportamento della Sanità. Mentre l?Aduc ha giudicato il problema dei limiti di sostanze nocive nelle acque «una questione annosa che va risolta». Il comitato Altroconsumo ha chiesto l?adozione immediata di nuovi limiti per le sostanze». E afferma che durante un test condotto nei mesi scorsi, «in 5 casi su 39 si sarebbero rilevati valori dei nitrati superiori a quelli consigliati dall?Organizzazione mondiale della sanità».
Più articolata la posizione dell?Unione nazionale dei consumatori, che accredita l?ipotesi che sia in corso una «guerra dell?acqua di cui sono protagoniste grosse multinazionali che stanno per entrare nel ricco mercato con acque da tavola diverse da quelle minerali». E intanto i Verdi hanno chiesto «un immediato decreto correttivo che parifichi le acque minerali a quella di rubinetto per quanto riguarda gli inquinanti». In serata è intervenuto anche il ministero della Sanità precisando di aver già inoltrato «da mesi un nuovo testo alla commissione europea, avendo già acquisito il parere favorevole dell?Istituto superiore di sanità sui nuovi limiti, in attesa dell’esame da parte del Consiglio superiore di sanità».
In tutta questa bufera Ettore Fortuna, presidente di Mineracqua, l?associazione che riunisce i produttori di acque minerali aderente alla Confindustria, non si sente affatto messo sotto accusa: «Le acque minerali – dice – hanno il riconoscimento del ministero della Sanità e sono sottoposte a verifiche quotidiane. Ogni marca subisce mediamente anche 400 controlli l?anno».
Come si spiegano allora le polemiche di consumatori e ambientalisti?
«Il fatto è che esistono differenze nei limiti di alcuni elementi contenuti nelle acque. Giustificate dal fatto che esiste una differenza qualitativa e quantitativa delle due acque. Il consumo di acqua potabile è di 3-400 litri all?anno mentre quello dell?acqua minerale è di 160 litri all?anno. Il legislatore deve dare al consumatore un?acqua potabile salubre, tanto che questa, come tutti sanno, viene assoggettata a trattamenti. Cosa che non avviene invece per l?acqua minerale, batteriologicamente pura per un processo naturale».
Ma l?Ue muove contestazioni precise.
«L?Ue non contesta nulla. E? stato semplicemente sollevato il problema di taluni elementi, come l?arsenico, il cadmio, il bario, che hanno limiti differenti nell?acqua potabile e in quella minerale. Ma non è affatto, come potrebbe sembrare, che la legislazione sulle acque minerali sia più permissiva di quella sulle acque potabili. L?Italia ha una legge basata sui parametri dell?Organizzazione mondiale della Sanità. Altri Paesi, come Francia o Spagna, una legge non ce l?hanno nemmeno».
Uno degli appunti principali rivolti dall?Ue all?Italia sembrerebbe il livello di arsenico, che sarebbe quattro volte superiore per l?acqua minerale che per la potabile.
«Peccato che non si dica che il limite dell?arsenico trivalente, quello nocivo, sia identico per le due acque: 50 microgrammi per litro. E che non si sottolinei come il limite dei nitrati sia inferiore per le acque minerali che per le potabili: 45 milligrammi contro 50. Dei nitriti, poi, sostanze altamente nocive, è assolutamente esclusa la presenza».
Che cosa vi aspettate ora da Bruxelles?
«Ripeto: la legge italiana è la più severa d?Europa. Noi non facciamo altro che applicarla. L?esperienza ci insegna che quando il legislatore italiano recepisce direttive in questo campo lo fa in modo molto più restrittivo, com?è accaduto nel 1996, quando ci fu il riconoscimento in sede europea delle cosiddette acque di sorgente. E a noi va bene così. Più la legge è severa, più si tutela la qualità del prodotto».

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