15 Giugno 2011

Acqua, i sindaci non sanno che fare

ROMA La parola chiave è incertezza. Al punto che i primi a chiedere al governo un intervento per fare chiarezza sono proprio i sindaci delle nostre città, che non sanno come comportarsi con le gare già indette per la vendita ai privati di una parte dei servizi pubblici. Il referendum sull’ acqua, e in particolare il primo quesito che ha detto no alla privatizzazioni, ha creato una situazione di stallo tra i primi cittadini che adesso non sanno più che fare. Ieri negli uffici dell’ Anci, l’ associazione che riunisce gli oltre ottomila comuni italiani, si lavorarava appunto per far luce su quali debbano essere le prime mosse da fare soprattutto per garantire la continuità degli investimenti per la rete idrica. I primi segnali già si vedono. A Bologna l’ Hera, la Spa che gestisce le rete, ha annunciato di voler sospendere gli investimenti previsti per il riammodernamento delle rete idrica cittadina, per i depuratori e per le fognature previsti per i prossimi due anni: «Ci limiteremo agli interventi di manutenzione ordinaria», ha fatto sapere l’ azienda. Parlando dell’ Acea, il sindaco della capitale Gianni Alemanno si è detto convinto che «non possiamo ignorare il risultato di Roma rispetto alla privatizzazione dell’ acqua». Il più esplicito di tutti è invece il sindaco di Bari Michele Emiliano, in procinto di fermare la privatizzazione dell’ azione del trasporto pubblico e che al governo chiede un «decreto salva-effetti». «Ci deve essere un intervento – spiega – anche perché i comuni hanno una serie di gare in corso e costi per farle partire da versare agli advisor e sulle quali va presa una decisione». Almeno sulla carta l’ abrogazione della legge Ronchi dovrebbe riportare la situazione al vecchio sistema, vale a dire quello previsto dall’ articolo 113 del decreto legge 267, il testo unico degli enti locali del 2000. Testo che prevede tre modelli di gestione: pubblico, privato e misto. Senza la novità introdotta dalle legge Ronchi che impone una presenza minima del 40% del privato nella società miste. Uno convinto che la strada da imboccare sia questa è Alberto Lucarelli, professore di diritto pubblico e neo assessore ai Beni comuni a Napoli. Da parte sua Lucarelli promette di non perdere tempo per riportare l’ acquedotto napoletano, oggi una Spa pubblica, interamente nelle mani del Comune. «Il primo atto della prima riunione della Giunta – dice – sarà quello di avviare un tavolo tecnico che nell’ arco di al massimo due mesi delinei il percorso per il ritorno al pubblico dell’ acquedotto». Per Lucarelli, però, non si può affrontare il referendum sull’ acqua come una questione esclusivamente tecnica. «Esiste anche un problema politico», dice. «L’ obiettivo adesso è quello di mettere in moto un meccanismo legislativo per dare una risposta alla maggioranza del paese che vuole che l’ acqua sia pubblica. E questo si può fare solo ripartendo dalla legge di iniziativa popolare per la quale nel 2007 sono state raccolte 500 mila firme». Ma c’ è anche un’ altra possibilità, alle studio in queste ore dagli esperti dei vari partiti. Quella che il quesito referendario possa aver abrogato non solo la legge Ronchi, ma completamente ogni possibilità di privatizzazione, lasciando come unica possibilità che l’ acqua resti per sempre un bene pubblico. Intanto un primo effetto i due referendum sull’ acqua in teoria potrebbero già provocarlo: quello di una diminuzione del 7% delle tariffe. La percentuale è riferita alla renumerazione fissa per il gestore. Su questo però ci sono due interpretazioni differenti: per i comitati referendari lo «sconto» sarebbe automatico e già previsto dalla Corte costituzionale, mentre per altri si applicherebbe solo per le future revisioni dei prezzi legate ai nuovi investimenti. Da parte sua il Codacons ha già annunciato di voler mettere in atto una class action nel caso i gestori non applicano la prevista riduzione delle tariffe. Se così dovesse essere, spiega l’ associazione dei consumatori, «è evidente che scatterebbe per i consumatore non solo il diritto alla restituzione di quanto illegalmente percepito dai gestori, ma anche quello al risarcimento del danno».

 

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