Acqua al veleno nelle case di Pescara
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fonte:
- Libero
Acqua avvelenata in case, scuole e addirittura ospedali. La «bomba biologica» scorre nei rubinetti della provincia di Pescara e viene distribuita a circa 700mila persone. A portare alla luce la scioccante verità è stata una relazione dell’ Istituto Superiore di Sanità, che ha depositato il documento durante il processo sulla mega discarica di veleni tossici di Bussi, la più grande d’ Europa. Sarebbe stato proprio il deposito di rifiuti, un’ area di 25 ettari scoperta e sequestrata dal Corpo Forestale dello Stato nel 2007, ad avvelenare le acque della città. «L’ acqua contaminata da sostanze di accertata tossicità», si legge nel rapporto datato 30 gennaio 2014 e realizzato per l’ Avvocatura dello Stato, «è stata distribuita in un vasto territorio e a circa 700mila consumatori, senza limitazioni d’ uso e di controllo anche per fasce a rischio di popolazione, utenze sensibili come scuole e ospedali». La relazione, che riporta i risultati delle analisi effettuate su campioni prelevati nel 2007 da un pozzo successivamente chiuso, si trova nella mani dei giudici della Corte d’ Assise di Chieti, che dovranno decidere le sorti dei vertici di Montedison e Solvay, oltre venti dirigenti accusati di avvelenamento delle acque e disastro ambientale. Di fronte al Tribunale di Pescara, in fase preliminare, è invece aperto un secondo processo con imputati dirigenti dell’ Azienda consortile acquedottistica e un funzionario della Asl. Il rapporto di 70 pagine continua spiegando che «i soli dati della quantità di scarichi di piombo derivano da fonti interne, riferiscono degli anni 1971, 1972, 1973 descrivendo lo scarico di rifiuti industriali, senza alcun tipo di sistema di abbattimento di piombo, direttamente ai collettori che comunicavano con gli effluenti, indicando che il piombo, unitamente agli altri rifiuti, veniva scaricato direttamente nel fiume Tirino». Nel sito sono state interrate circa 250 mila tonnellate di rifiuti tossici e scarti industriali della produzione di cloro, soda, varechina, formaldeide, percolati, cloruro di vinile, tricloroetilene e cloruro di ammonio. Il danno ambientale stimato è di circa 8 miliardi e mezzo mentre per la bonifica occorreranno 600 milioni. Per l’ Istituto Superiore di Sanità «la qualità dell’ acqua è stata indiscutibilmente, significativamente e persistentemente compromessa» e il disastro sarebbe avvenuto «per effetto dello svolgersi di attività industriali di straordinario impatto ambientale in aree ad alto rischio per la falda acquifera e per le azioni incontrollate di sversamento». Il tutto nell’ assoluta «mancanza di qualsiasi informazione relativa alla contaminazione delle acque», si legge. Un silenzio che «ha pregiudicato la possibilità di effettuare nel tempo trattamenti adeguati alla rimozione delle stesse sostanze dalle acque». Secondo gli esperti i pescaresi sono «esposti a rischio» e «non hanno informazioni» sull’ avvelenamento dell’ acqua che bevono o usano per cucinare. La relazione, infatti, riporta chiaramente che «del significativo rischio in essere non è stata data comunicazione ai consumatori che pertanto non sono stati in condizioni di conoscere la situazione ed effettuare scelte consapevoli». Ci sono «incontrovertibili elementi oggettivi coerenti e convergenti nel configurare un pericolo significativo e continuato per la salute della popolazione esposta agli inquinanti attraverso il consumo e l’ utilizzo delle acque», concludono i periti. La relazione ha scatenato la rabbia dei cittadini e delle associazioni di consumatori. «Ora le priorità sono la bonifica, i processi e l’ indagine epidemiologica. Irrisolta la questione della trasparenza e della partecipazione dei cittadini», scrive in una nota il Forum abruzzese dei Movimenti per l’ Acqua, che insieme al Wwf ha dato il via alle indagini della Forestale sulla megadiscarica di Bussi. Il Codacons, invece, ha affilato le armi legali e sta già studiando azioni risarcitorie. «I risultati di questa ricerca non lasciano spazio all’ immaginazione: 700mila cittadini abruzzesi sono stati costretti ad utilizzare acqua velenosa, con gravissimi rischi per la propria salute», spiega l’ associazione, sottolineando che «la popolazione locale ha diritto ora ad essere risarcita non solo per la mancata informazione loro resa, ma anche e soprattutto per i gravissimi pericolosi corsi, considerata la tossicità delle sostanze contenute nell’ acqua». Il Codacons sta cercando di far ottenere agli utenti coinvolti un risarcimento fino a 10mila euro per famiglia.
rita cavallaro
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