19 Novembre 2009

Acqua ai privati, sì al decreto “Ma così costerà di più”

 
ROMA – Il governo ha ottenuto la fiducia alla Camera sul decreto Ronchi che, tra le altre cose, obbliga i comuni a vendere a privati il servizio degli acquedotti. Il provvedimento sarà approvato definitivamente oggi. Il mancato dibattito Il meccanismo della fiducia impedisce di discutere e migliorare il testo della legge, che così passa senza modifiche. Una scelta che ha causato molte critiche, da parte dell’opposizione ma anche della Lega. Perché il decreto in questione (chiamato anche "salva infrazioni") sottrae alla gestione pubblica l’acqua. Ronchi: "Servizio migliore" Secondo il ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi, la nuova norma "andrà a combattere i monopoli e garantirà ai cittadini un servizio migliore e costi migliori". La rete idrica italiana, infatti, ha un serio bisogno di manutenzione. Il governo demanda di fatto questi interventi ai privati, ma senza obblighi o vincoli e soprattuto garanzie sui costi per i cittadini. Una scelta criticata da opposizioni, enti locali e associazioni dei consumatori.  Aumenti del 30% "Il rischio concreto è quello di un aumento medio del 30% delle tariffe dell’acqua", dice il Codacons. "Oggi una famiglia media italiana spende 268 euro, l’anno per l’acqua.  Tra 3 anni, quando si completeranno gli effetti della legge approvata oggi, spenderà in media 348 euro all’anno: 80 euro, pari al +30%, in più", conclude il Codacons. Il caso di Arezzo In Italia ci alcune città hanno già privatizzato i servizi idrici: ormai da 10 anni l’acqua arriva nelle case di Arezzo, per esempio, grazie a Nuove Acque, la prima società di questo tipo nata in Italia, nel 1999. "È da 10 anni – spiega Franca Fuochi di Federconsumatori aretina – che i cittadini di Arezzo pagano una delle tariffe più alte d’Italia", circa 400 euro l’anno secondo il rapporto Blue Book 2009. All’estero si torna indietro "Nel settore dell’acqua convivono realtà pubbliche gestite in modo esemplare ed altre gestite in modo disastroso", aggiunge Paolo Landi, Adiconsum. "Ma il decreto Ronchi non garantisce dalle speculazioni. Al contrario impone anche laddove oggi c’è una gestione pubblica efficiente l’apertura al privato", aggiunge. E ricorda l’esempio di Parigi che, dopo la privatizzazione, ha deciso di ritornare al pubblico per i costi eccessivi e per la bassa qualità del servizio.

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