15 Aprile 2014

A Roma il primato della triste Tasi

A Roma il primato della triste Tasi

La Tasi ha un triste primato: quello di essere stata la prima tassa varata dal Governo Renzi. La prima di una lunga serie di imposte che verranno taciute agli italiani, mentre i famosi “80 euro in più in busta paga” saranno sbandierati continuamente come un grande successo delle riforme del leader toscano. L’ abbandono del pagamento dell’ Imu è un’ ulteriore falsità, alla luce dei nuovi calcoli che si effettueranno per la Tasi. Un nuovo gioco delle tre carte. Con una mano dà, con l’ altra riprende! Matteo Renzi e il suo Esecutivo infatti, ha ratificato, tra i suoi primi atti, l’ accordo tra l’ Anci e il Governo Letta sulla possibilità di aumentare l’ aliquota della Tasi, la nuova imposta sulla casa relativa ai servizi indivisibili (luce pubblica, fognature), che alla fine rischia di essere più gravosa della famigerata Imu. I Comuni avranno, di fatto, la possibilità di applicare un aumento della Tasi pari allo 0,8 per mille, “purché siano finanziate, relativamente alle abitazioni principali e alle unità ad esse equiparate, o ad altre misure”. Regole confuse che la Camera dei deputati ha approvato solo recentemente. Cambiano i nomi, ma lo scopo è sempre quello di gravare sempre di più sui bilanci familiari. L’ introduzione della nuova Tasi, infatti, nasconde non poche sorprese per i contribuenti. La prima, più importante, riguarda le famiglie meno abbienti che approfittando della detrazione per la prima casa e magari avendo dei figli a carico, non pagavano la vecchia Imu. Oggi, a causa delle detrazioni ancora non fissate, potrebbero trovarsi a pagare importi non indifferenti. Ci sono, poi, le famiglie in affitto che precedentemente non pagavano l’ Imu e che ora potrebbero pagare fino al 30% della nuova tassa comunale. L’ aliquota base per le prime case era stata fissata dalla legge di stabilità 2014 all’ uno per mille con la possibilità di salire al 2,5 per mille. Con l’ aumento previsto dello 0,8 per mille si potrà arrivare, in casi estremi, fino al 3,3 per mille, mentre sugli altri fabbricati (capannoni, negozi e uffici) la Tasi si aggiunge all’ Imu, con un’ aliquota massima che potrebbe raggiungere anche l’ 11,4 per mille. Il decreto legge 16/2014, oltre a consentire ai Comuni di aumentare le aliquote fino allo 0,08%, proroga al 31 di maggio la scadenza per le delibere comunali (con pubblicazione il 23 maggio). Ma se le delibere non rispettassero i tempi indicati, verrebbe a mancare l’ acconto sulle prime case e si dovrebbe effettuare un versamento in unica rata alla fine di dicembre. Inoltre, si avrebbe un acconto sugli altri immobili, non prima casa, con il calcolo della Tasi allo 0,1% e rispolverando l’ Imu 2013 con saldo a conguaglio con aliquote 2014. Il provvedimento dovrà terminare il suo iter entro e non oltre il 16 di maggio: nel frattempo, però, il dl è in vigore e l’ aumento dell’ 8 per mille è in applicazione. Una confusione nei modi e nei tempi che agli italiani creerà incertezza fino alla fine. Una confusione della quale non si sentiva la mancanza. Saranno i Comuni a stabilire aliquote, detrazioni e scadenze di pagamento della Tasi così come della Tari (la nuova tassa sui rifiuti che sostituisce la vecchia Tares). Si prevedono due rate a scadenza semestrale: la prima il 16 giugno, mentre è consentito un versamento unico annuale da effettuarsi sempre entro la stessa data. Tutto questo in previsione che siano rispettati i tempi delle delibere comunali. In pratica, si fa per dire, la Tasi riprende le modalità di calcolo dell’ Imu. Il contribuente dovrà rivalutare del 5% il valore catastale riportato nell’ atto notarile di compravendita. Il risultato andrà ad essere moltiplicato per il coefficiente dell’ immobile (per le abitazioni è 160). Da questo dato complessivo si potrà calcolare l’ importo della Tasi in base all’ aliquota praticata dal singolo Comune per il 2014 sottraendo, altresì, eventuali detrazioni previste. Alla domanda che ci si pone in questi casi: meglio l’ Imu o la nuova Tasi, associazioni come il Codacons o il Creef fanno rilevare che, dati medi alla mano, pagheranno di più le famiglie con un reddito catastale inferiore a 793 euro. Chi ha una rendita catastale di 400 euro pagava, con l’ Imu, senza figli, 69 euro. Ora, di Tasi ne pagherà 168. Il tutto senza innalzare l’ aliquota Tasi dal 2,5 al 3,3 per mille. Se ciò accadesse la stangata per le famiglie sarebbe storica. Intanto i principali Comuni stanno velocemente adattandosi alla nuova regola. Milano ha deliberato già l’ intero aumento dello 0,08 per mille agli immobili diversi anche dalla prima casa: sarà dell’ 1,14 %. L’ aliquota sulla prima casa è invece allo 0,25%. Roma è un caso a sé. Non si è presa ancora una decisione finale, anche se si pensa ad un’ aliquota indifferenziata dello 0,2%. La confusione che regna nella giunta del sindaco Ignazio Marino fa sì che il Campidoglio sia sempre alla ricerca di nuove entrate. I 570 milioni di euro arrivati con il decreto “Salva-Roma”, non solo ha acuito i malumori di Renzi ma, soprattutto, non sono sufficienti. Marino, infatti, ha provato ha richiedere, a causa di ulteriori verifiche sul bilancio, altri 26 milioni di euro. La Tares giunge a proposito per una gestione Pd sempre a caccia di entrate. Quale migliore occasione per far entrare nuove liquidità nelle casse esauste del Comune. Sapremo presto quali sorprese ci porterà l’ uovo pasquale sotto il Cupolone.
massimo gherardi

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