Pasta, è polemica sulle percentuali
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fonte:
- Italia Oggi
Pasta, è polemica sulle percentuali
I pastai: rincari di 25 euro; annui.
I consumatori: danno i numeri Quattordici centesimi di euro di aumento su ogni pacco di pasta da mezzo chilo. Ecco quanto incide sui consumatori l`aumento del costo del grano che, nelle ultime settimane, ha scatenato proteste e scioperi della pasta da parte di alcune associazioni di consumatori. Le stime, presentate dall`Unione industriale pastai italiani, prevedono per una famiglia media di quattro persone un aumento annuo della spesa per l`acquisto di pasta di circa 25 euro in più, pari a 2 euro circa al mese. Aumenti che, secondo l`Unipi, sono decisamente inferiori ad altri prodotti che, soprattutto con il passaggio all`euro, hanno subito aumenti vertiginosi. Cifre che, tuttavia, sono state subito contestate dalle associazioni dei consumatori: “I produttori di pasta continuano a dare numeri sbagliati sull`aumento del costo del grano, per giustificare una speculazione in atto sui prezzi“, hanno fatto sapere Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori. L`organizzazione dei pastai italiani ha voluto mettere in chiaro le cose alla vigilia dell`incontro, in programma domani, tra i ministri all`agricoltura, Paolo De Castro, e allo sviluppo economico, Pierluigi Bersani, e tutta la filiera dei cereali. “è necessario fare chiarezza“, ha esordito il presidente di Unipi, Mario Rummo. “Per ogni pacco di pasta da 500 grammi gli aumenti saranno compresi tra i 12 e i 14 centesimi. L`impatto su ogni famiglia è modesto: tenendo conto che il consumo pro capite di pasta in Italia è di circa 28 chilogrammi, l`aggravio per ogni persona sarà 6-7 euro l`anno. Senza dimenticare che una porzione di pasta con il sugo di pomodoro continuerà a costare meno di 50 centesimi“. L`industria della pasta ha voluto ribadire che, nonostante l`aumento dei costi delle materie prime, dell`energia e degli imballaggi, gli aumenti saranno contenuti, anche per quanto riguarda i prodotti destinati all`esportazione e alla ristorazione. “Non è vero“, ha proseguito Rummo, “che, come è stato erroneamente detto, il prezzo della materia prima incide del 10-15%: la pasta è un prodotto monoingrediente, quindi il prezzo della materia prima incide del 60%. Oggi, a causa della crisi cerealicola mondiale, l`industria italiana della pasta, leader del mercato mondiale, sta soffrendo. Nel nostro settore si comincia a sentire parlare di aziende che devono ricorrere alla cassa integrazione. Per questo l`aumento del prezzo è stato inevitabile“. Nel giro di un anno il costo del grano è lievitato del 73%, portando la quotazione a raggiungere i 300-350 euro a tonnellata. Secondo i dati Istat, dal 1995 a oggi, il prezzo della pasta è rimasto sostanzialmente fermo: il suo valore reale è sceso del 23,6%. Infatti, dal 1995 il prezzo è salito in termini assoluti del 9%, mentre l`indice generale dell`inflazione sui prezzi al consumo ha viaggiato al 32,6%. Ha trovato imbarazzante il vicepresidente di Unipi, Giuseppe Aristide De Cecco, “stare qui a giustificarci per l`aumento di pochi centesimi di un prodotto deflazionato“. Nel dossier presentato dall`Unione pastai è emerso poi che gli aumentati registrati in Italia per il grano tenero (pari al 50%) e grano duro (tra il 70 e il 100%) sono stati registrati anche negli altri paesi europei tanto che, nei giorni scorsi, il commissario europeo all`agricoltura, Mariann Fischer Boel, ha quantificato un aumento del 50%. Proprio per questo motivo ha dato il via libera a un piano straordinario per riconvertire alla coltivazione di cereali i terreni incolti, così da assicurare per il prossimo anno un aumento di circa 17 milioni di tonnellate, di cui circa 5 milioni solo in Italia. Del resto lo stesso Rummo ha spiegato che ci sarebbero “fondi speculativi che stanno scommettendo sul rialzo dei cereali“. Il vicepresidente di Unipi, Furio Bragaglio, ha spiegato che comunque non ci sono problemi di approvvigionamento in Europa. La replica dei consumatori. Le quattro associazioni dei consumatori hanno fornito, dal canto loro, ulteriori cifre per dimostrare “come l`annunciato aumento del 20% del prezzo della pasta sia privo di qualunque fondamento“.“è vero“, hanno replicato all`Unipi, “che nel 2007 il grano duro è aumentato, peccato che nel 2005 abbia raggiunto il suo minimo storico, ma i produttori di pasta se ne sono guardati bene dal diminuirne il prezzo. I produttori di pasta non hanno mai abbassato i prezzi, anzi dal 2001 a oggi li hanno aumentati del 36%, pur essendo il prezzo del grano calato ininterrottamente dal 2001 (183 euro a tonnellata) al 2005 (140 euro)“. “I produttori di pasta“, hanno aggiunto, “si inventano anche che l`aumento del prezzo della pasta inciderà solo per 25 euro l`anno per un nucleo familiare di 4 persone. Anche in questo caso i dati sono sbagliati“. Secondo Adoc, Adusbef, Codacons e Federconsumatori, elaborando i dati Istat sui consumi, “gli italiani spendono lo 0,5443% del loro reddito in pasta, pari a 13,39 euro al mese, pari a 160,74 euro all`anno. Il che vuol dire che se la pasta aumenta del 20%, l`incidenza su una famiglia media italiana è di 32,15 euro all`anno. Questo senza contare che mentre una famiglia media spende solo il 16,3998% del proprio reddito in prodotti alimentari e bevande, un anziano a 500 euro al mese spende il 46% del proprio reddito in alimentazione“. Infine le associazioni hanno ribadito che “il costo della materia prima, ossia del grano, incide solo in minima parte sul prodotto finale. Nel caso di spaghetti incide solo per il 22,8% e non del 60% come sostenuto da Unipi. Questo vuol dire che per avere un aumento della pasta del 20% il costo del grano avrebbe dovuto praticamente raddoppiare“.
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