L`uso di stupefacenti Una sentenza che aiuti la riflessione
Tra chi vorrebbe lo Stato balia, che regola la vita dei cittadini e la loro salute e chi, al contrario, vorrebbe la massima libertà di fare ciò che si vuole, c`è un abisso apparentemente incolmabile. Gli Stati moderni tendono sempre più al modello “nanny“ o bambinaia. Obbligano all`uso di cinture di sicurezza sulle auto, pongono limiti di velocità sulle strade, limiti di assunzione di alcol per chi si mette alla guida di una vettura. Dichiarano guerra al fumo, attivo e passivo. Norme accettate, non senza proteste. Ma quando si tratta di droghe la confusione diventa pesante. Tutti sanno benissimo che le droghe sono nocive. Tutti sanno benissimo che perseguire trafficanti e spacciatori, la malavita organizzata che fornisce il mercato è giusto e doveroso. Ma l`argomento si fa estremamente controverso, quando si tratta di decidere se è ammissibile la “detenzione“ di droghe per uso personale e quale sia tale limite. Il caso diventa paradossale, e non solo in Italia, quando si tratta di cannabis, una droga che molti considerano “leggera“ e non pericolosa per assuefazione. Andando incontro a questa tesi il ministro della Salute, Livia Turco, aveva deciso, con un decreto, che il limite di possesso di 500 milligrammi fissato in precedenza era troppo basso e lo aveva portato a 1 milligrammo. Ma i giudici amministrativi del tribunale amministrativo del Lazio, accogliendo il ricorso di un`associazione di consumatori, hanno detto no. Il ministro non poteva decidere. Non poteva andare oltre la legge (la Fini-Giovanardi). Ossia non aveva, non ha, “un potere politico di scelta in ordine ai limiti massimi di sostanze stupefacenti o psicotrope che possono essere detenute senza incorrere in sanzioni penali“. E il Tar ha anche ritenuto che la scelta effettuata con quel decreto “non risulta supportata da alcuna istruttoria tecnica che giustifichi il raddoppio del parametro moltiplicatore“. Livia Turco ha però deciso di fare ricorso al Consiglio di Stato. Si è aperto subito un altro fronte di scontro politico, tra chi – dall`opposizione di centro-destra – plaude alla sentenza e invita il ministro a dimettersi, e chi, nella maggioranza, la difende a spada tratta sostenendo che il Tar pone in forse la stessa Fini-Giovanardi e “le sue tante incongruenze“. Comunque vada a finire la vicenda, c`è da fare un paio di considerazioni. Che farsi una canna non sia come prendere una pastiglia d`aspirina sono tutti d`accordo. Che un uso limitato della cannabis, anche a scopi terapeutici, sia “socialmente“ accettabile (e accettato legalmente in alcuni Paesi) e quindi non punibile penalmente, per alcuni potrebbe anche passare. Il Codacons, l`associazione che ha fatto ricorso, sostiene invece che la decisione del Tar eviterà “quell`uso in comune di cannabis che finiva per diventare una sorta di spaccio involontario tra i giovani“, aggiungendo che quella droga leggera è l`anticamera dell`uso di droghe più pesanti. Da una parte (a destra) coloro i quali ritengono che lo Stato debba tutelare da se stessi i suoi cittadini (ecco il “nanny State“), dall`altra (a sinistra) coloro i quali preferiscono maglie più larghe, ispirandosi a legislazioni più liberali di altri Paesi. Se la sentenza del Tar permettesse alla nostra classe politica di ragionare con maggior freddezza sulla lotta all`abuso delle droghe in generale e di quelle più in voga, come la coca o le anfetamine, bisognerebbe dire grazie al tribunale amministrativo. Se tale sentenza servisse invece alle solite polemiche per alimentare i talk-show televisivi, essa sarebbe solo l`ulteriore dimostrazione della confusione esistente sotto il nostro cielo.
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