Grande freddo ai tropici
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fonte:
- Il Sole 24 Ore
Avevo deciso di staccare e andare al sole. Tutti magnificavano l`eterna primavera della spiaggia di Las Palomas a Gran Canaria. Ma l`aereo non parte, mi sequestrano alla Malpensa, dormiamo a Belgirate. Poi, ecco le isole incantate. Sorpresa: il clima èsiberiano, l`albergo gelido. Chiedo di abbassare l`aria condizionata e mi dicono che èspenta. Cerco una stufetta o un maglione. La gente del posto mi deride. Mi sembra di essere in un fiordo di Serena Vitale A lle 11 del 2 gennaio 2007 raggiunsi l“`Area guppi“ di Malpensa 2. Su prescrizione medica (“almeno una settimana in un luogo caldo, molto sole, aria pulita, niente sigarette… “), dopo un`ostinata e rovinosa bronchite, andavo alle Isole Canarie. Vette emerse (così almeno vuole la leggenda) della fiabesca Atlantide, stanno a neppure quattro ore di volo – il massimo della mia autonomia senza nicotina – dall`Italia, e chi le scoprì le chiamò “fortunate“ per il clima benigno “assicurato da calde correnti marine, dagli alti monti che le proteggono… A gennaio la temperatura media massima è di 24,5, la minima di 18…“. Internet mi aveva aiutato a scoprire, non lontano da un “pittoresco villaggio di pescatori“, un HotelBenessere attrezzato per l`idrokinesiterapia: ne avrebbe tratto sicuro vantaggio anche il mio friabile femore destro. L`albergo si poteva prenotare soltanto tramite l`Obitour. In agenzia ebbi nuove e confortanti informazioni sul clima: “Ideale… Per la sera, magari, porti una o due felpe, un golfino. E l`albergo… Esclusivo, un must, per una clientela selezionata“. Intabarrata nel mio cappottone da convalescente, maledicevo l`estinzione dei portabagagli, sudavo, cercavo invano di infilare l`enorme sciarpa (170 cm x 80) nella borsa . Il banco dell`Obitour si intravedeva dietro un`inquieta turba vociante: i soliti riottosi alla disciplina delle file, pensai. Arrivata a pochi metri, dietro quel banco scoprii due fanciulle dal volto beige come l`uniforme, statue dell`avvilimento sotto una gragnuola di insulti e urla ( “Vi portiamo in tribunale!“, “Ridateci i soldi!“); il volo per Las Palmas non sarebbe partito prima di mezzanotte: avaria dell`aeromobile. Con ostentata gentilezza (per distinguermi tra gli ossessi), mormorando: “Poverette, lo so che voi non avete colpa“ e citando Lermontovcon aria ispirata (“…per poco tempo non vale la fatica… “), dissi che intendevo rinunciare al viaggio. “In questo caso perderà l`intera somma che ha pagato“, dichiarò il gigantesco funzionario dell`Obitour sopravvenuto: le vilipese signorine beige dovevano aver chiesto rinforzi. Accoccolata sul cappotto (su tutte le poltrone si erano già sdraiati , pronti a trascorrervi la notte, mansueti cingalesi il cui aereo aveva trenta ore di ritardo), chiamai dal cellulare il Codacons. Una voce femminile disse che poteva soltanto fissarmi un appuntamento a Milano; al numero di un`altra Associazione di Consumatori rispondeva la segreteria, una terza mi consigliò di rivolgermi senza indugio a un legale. Tornai al banco assediato dai tumultuanti, chiesi: “Tra loro non c`è per caso un avvocato?“. Non ci fu risposta: proprio in quel momento il mastodonte dell`Obitour annunciava che ci avrebbero rimborsato “una giornata in base al pacchetto “ e graziosamente ospitati, fino alla partenza, “in un albergo poco distante“. Gli sms di amici e parenti mi esortavano: “Meglio sette giorni che niente“, “Hai bisogno di staccare“, “Tieni duro!“. Dimenticai Lermontove, seguendo il destino comune, presi posto in uno dei tre pullman. Uno sfolgorante e imprevedibile sole bruciava attraverso le lenti ustorie dei finestrini chiusi ermeticamente; con manovre da goffa contorsionista riuscii a liberarmi del cappotto. “Ma dov`è che andiamo!“ sbottò qualcuno dopo quasi mezz`ora. L`autista mantenne il segreto. Le palpebre serrate (soffro di horror vacui, e al di là del vetro, alla mia destra, era comparsa una riva scoscesa) sentii magnificare il blu del lago Maggiore, le isole Borromee… Scendemmo a Belgirate, in terra piemontese. Le famiglie coi bambini ebbero sùbito diritto alla stanza, gli altri sarebbero stati sistemati dopo il pranzo. Uscii a fumare una sigaretta. “Perché non restare qui?“ mi passò per la mente: il paesaggio era incantevole, le isole a portata di traghetto, l`albergo aveva un`aria deliziosamente antiquata (ci aveva soggiornato anche Gozzano, seppi in seguito), potevo trascorrere una settimana lontana da polveri sottili, resti di cenone… Rudi e gelide folate di vento lacustre mi dissuasero all`istante: nel bagaglio, con me, viaggiavano costumi, bermuda, maglioni di cotone, abiti di lino; di invernale avevo (indosso) soltanto un pesante pullover dal collo alto. Le stanze per i profughi della Malpensa probabilmente non venivano occupate – di certo non venivano riscaldate – dal primo autunno. Mi gettai sul letto coprendomi con il cappotto. Squillo di telefono: si partiva. L`aereo – ben riparato, assicurarono – lasciò il suolo italiano all`1 di notte, tra derisori e impotenti applausi . Restai in cappotto anche uscendo dall`aeroporto di Las Palmas: non era ancora l`alba, e la stanchezza – così credetti – mi fece accapponare la poca pelle scoperta. Salii su un altro pullman, e questo di tempo in tempo si fermava – a Las Palmas, Maspalomas, Playa del Ingles, “le località più note e frequentate di Gran Canaria“ – per scaricare gente assonnata davanti ad albergoni in stile casa circondariale; dirette anche loro al “pittoresco villaggio di pescatori“ restarono due coppie brianzole sulla sessantina (commendatori in paltò di cammello, mogli maculate e dorate fino alle scarpe). La strada si fece di colpo angusta e tortuosa, l`autista suonava il clacson prima di ogni strettissima curva (un centinaio o poco meno); a occhi chiusi immaginavo con orrore sotto di noi lo strapiombo, l`abisso. Raggiunta la stanza attraverso quello che mi parve un giardino botanico o un parco giurassico, presi un bagno bollente. Al risveglio era già ora di cena: individui biondi – svedesi, norvegesi, danesi, finlandesi – con abbronzature azteche facevano la fila, educati e silenziosi (anche i bambini), intorno ai buffet imbanditi con squisitezze ispanoatlantiche. Riempito un piatto di gamberi e mitili colossali, tornando al tavolo chiesi a un cameriere se non fosse possibile abbassare l`aria condizionata. Non era in funzione, spiegò. Funzionava invece nel bar per fumatori, nei sotterranei: tavolini tra imponenti palme e cactus, ruscelli, ponti di legno, barocchi capricci rocciosi, cascate; l`architetto doveva aver studiato a Las Vegas. Ordinai un tè, poi una vodka; riuscii ad arrivare nella stanza senza assiderare. Chiesi una coperta, poi una seconda. In tenuta balneare, l`indomani raggiunsi anch`io una delle quattro piscine in cui nessuno faceva il bagno: i biondi giacevano immobili e muti su lettini e chaises longues; qualche bambino giocava quieto tra le rigogliose piante subtropicali. Dovetti presto correre a comprare una crema “protezione 60“: il sole picchiava com`è giusto che picchi, perpendicolare, all`equatore. E il pomeriggio vidi finalmente coi miei occhi il porticciolo: davvero pittoresco, incassato tra alte mura di terra spoglia in cui si riconoscevano distintamente gli strati delle colate laviche succedutesi nella notte dei tempi. Casette bianche e rosse, viuzze che si attorcevano in salita, ovunque coloratissimi e carnosi fiori mai visti prima, nella rada pescherecci, sul molo gatti sazi; ero quasi felice. Non un italiano in giro, salvo il padrone del bar in cui bevvi un caffè ammirando il tramonto: un trionfo di indaco e ogni sfumatura di rosa. Nell`istante in cui la palla del sole si nascose dietro le rocce, la gradevole brezza si trasformò in glaciale tramontana; scesero di colpo tenebre e silenzio, il lungomare si svuotò. Anche i gatti scomparvero da quello che ora sembrava un fiordo scandinavo in dicembre. Dopo la cena chiesi altre due coperte, sulle quattro coperte stesi il cappotto, sul cappotto il ciancicato sciarpone. Battevo i denti. Accesa ogni luce (nella foga stavo per girare anche l`interruttore dell`aria condizionata), per tutta lente ne si appan freddo. vestagli Invec scaldate che que in paese dotto de mice di u soltanto trovai a ogni scr seta, dic na; anco tica espe meno in sera, mi quena e riuscivo ni scuot drone d no stufe berghi n mettere zionato “Ma lei, tutti, us quenzed ditore d la comu anche se ziament lo funzi sventola do di car Al rist glioni d scopert ste al so ospiti O sgraziat supersti e felpa s con pist schiena una tuta acrilico so nero poteva o rantolav Il me nell`alta altro che trando i tra loro c nandom una sign debole p ne nero, a piedip to i taxi bulator “Traque ziò il m legionel trasmett dizionat na in Ita ago mi un`enor il dolore Trasc mancav pigiama aspirina arrivava scaldam Scrivo ra intont tove Go nella Le Maledette Canarie Uso il cappotto come unico rimedio. Lo butto sul letto sopra quattro coperte. Niente da fare: batto i denti e mi viene la febbre… Inverno sulla spiaggia. Il freddo non concede tregua, nemmeno al mare CORBIS.
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