Operazione trasparenza Sul petrolio niente scherzi
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fonte:
- Avvenire
Giancarlo Galli L` Antitrust, organismo creato nel 1990 dal Parlamento quale “garante della concorrenza e del mercato“, ha battuto un colpo. Indagando sulle Compagnie petrolifere: l`Agip-Eni, leader con un terzo di benzina e gasolio venduto agli italiani, nonché Esso, Q8, Shell, Tamoil, Erg, Api, Ip. Il presidente Antonio Catricalà, rude e senza complessi, ha spedito la Guardia di Finanza a spulciare le carte, nel tentativo di venire a capo di un enigma sul quale la gente non cessa d`interrogarsi: com`è che alla pompa i prezzi immediatamente salgono appena aumenta la quotazione del greggio mentre restano sostanzialmente fermi con i ribassi? Domanda ultra pertinente. Il 1° dicembre 2006 un barile di petrolio (unità di misura standard corrispondente a 158,98 litri) “valeva“ 64,4 dollari, con la benzina venduta a 1,234 euro il litro. Il gasolio a 1,133. Il 19 gennaio scorso, lo stesso barile era calato sotto i 50 dollari, con una caduta del 22,4 per cento. Però il consumatore ne ha minimamente beneficiato, con ribassi del 3,09 per cento per il gasolio e dell`1,70 per la benzina. Sommaria deduzione: le Compagnie, ipoteticamente in combutta con i distributori finali (i “benzinai“), si sono forse accordate sottobanco, aggirando le leggi in materia, per tosare la clientela? Pensar male è peccato, ma talvolta ci si azzecca… Immediate le reazioni. Entusiaste quelle dei comitati consumatori (Codacons) che spediscono dossier alle Procure; prudente l`Unione petrolifera, in attesa dei risultati dell`indagine dell`Antitrust. Ribadito però il sostanziale apprezzamento all`iniziativa del presidente Catricalà, è opportuno andare con i piedi di piombo, evitando sbandate demagogiche. Essendo in presenza di un problema estremamente complesso, e planetario. A una domanda petrolifera con ritmi di crescita tendenzialmente superiori all`offerta. Proprio ieri George W. Bush ha spronato gli americani a ridurre drasticamente i consumi energetici. Proviamo a decifrare. Nella fase di estrazione (al “pozzo“), il petrolio ha costi disuguali. Da un dollaro al barile nel Medioriente (Iraq, Arabia, Iran), dove “affiora“, ai 20 dollari per le piattaforme del Nord Europa. Inoltre, le quotazioni di base, vengono influenzate da eventi geopolitici. Putin in Russia, al pari di Chavez in Venezuela, entrambi “rialzisti“, hanno trasformato il petrolio in arma di pressione, sino al ricatto, verso l`Occidente e il Giappone. Aprendo e minacciando di chiudere i rubinetti dell`oro nero. Le grandi Compagnie, tenendo bordone a finanzieri-speculatori (spesso, due facce della stessa medaglia), giocano a rimpiattino con le quotazioni, lucrando la differenza. Ovvero incassando i guadagni e scaricando le eventuali perdite sul groppone dei Fondi d`investimento. Estratto, il greggio è avviato con oleodotti o megagalattiche navi cisterna alle raffinerie, per trasformarlo in gasolio e benzina. Con raffinatori che pretendono la loro parte. Quando finalmente le autocisterne raggiungono i punti di distribuzione, è scattato il meccanismo delle imposte. Sul pagato “alla pompa“, in un moltiplicarsi di balzelli, il 70 per cento. Altrimenti precisato: per un litro di carburante, 70 centesimi di ogni euro vanno al Fisco. A meno che si riesca a far emergere altre forme di evasione. Da un secolo (1906), allorché il governo americano trascinò sul banco degli imputati Davidson Rockfeller e la Standard Oil, incriminandoli per pirateria monopolistica, s`è invano tentato di mettere al guinzaglio la “razza petroliera“. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti, con gli Stati nazionali (attraverso il Fisco) accomodatisi al tavolo del gran banchetto. Presidente Catricalà, lei che non ha fette di salame sugli occhi, ci eviti illusioni. Se le Compagnie continuassero a ingrassarsi, renderemmo un pessimo servizio alla verità gettando la croce sui benzinai all`angolo. Il problema è ben più in alto. Talmente in alto da risultare inafferrabile: è il “mistero del petrolio“!.
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