14 Settembre 2006

ABITARE IN PADANIA ORMAI È UN SALASSO

Case, ristoranti e divertimenti: per vivere al Nord serve il doppio che al Sud
ABITARE IN PADANIA ORMAI È UN SALASSO

Ci sono ben 2.138 Comuni in Italia dove le case costano 220 euro al mq, il che significa che in quei comuni si può comprare un appartamento di 100 mq. e viverci felici e contenti per la modica cifra di 22 mila euro. Un inezia che a Milano non basta nemmeno per comprarsi un garage e mettere l auto al riparo dai furti notturni. La fascia di prezzi medi è quella più ampia e comprende 3.490 comuni dove comprar casa costa da 660 a 1100 euro al metro quadro. Ma in 1.420 comuni le case costano da 5 a 7 volte di più e, guarda caso, si tratta per lo più di Comuni del Nord, eccezion fatta per rinomate località turistiche. Il caro immobili si ripercuote a catena sul costo della vita: gli affitti per negozi e ristoranti sono molto più alti e questo incide sui costi finali. A farne le spese, ovviamente, i cittadini che vedono ridursi notevolmente il potere d acquisto dei loro stipendi. Insomma, l impiegato delle poste che a Trapani vive più che dignitosamente, a Milano ha lo stesso stipendio e… fa la fame. Il che spiega perché di impiegati delle poste milanesi ce ne sono pochi e perché quelli che sono a Milano chiedono il trasferimento per tornare a casa loro. In questa Italia a due velocità l Istat si limita a segnalare gli incrementi in percentuale dei prezzi ma non le differenze di prezzo. “Le indagini statistiche – spiega un portavoce del Codacons – registrano che un prodotto è aumentato del 10% a Milano e del 20% a Napoli ma non ci dicono il prezzo di base. Le associazioni dei consumatori hanno chiesto da tempo che questa lacuna sia colmata per rendere i dati più significativi“. Insomma, se un prodotto a Milano costa il doppio che a Napoli, il fatto che l aumento sia inferiore al Nord non significa che il prezzo diminuisca! Stime precise non ce ne sono: capita che le associazioni di consumatori si impegnino in qualche confronto ma si tratta di studi saltuari, anche se significativi. La tabella a fianco, per esempio, mette a confronto i prezzi di una consumazione alcolica in una discoteca partendo dal costo in lire rilevato nel 2001: a Milano il costo è esattamente raddoppiato, mentre a Napoli è rimasto pressoché invariato. Come dire che l euro non ha fregato proprio tutti. Le differenze sono inferiori per il biglietto del cinema che a Milano costa 7 euro e 50 e a Palermo un euro in meno, ma tornano ad essere pesanti se si raffronta il costo di un veloce snack: birra e patatine a Milano costano in media 9 euro, quasi il doppio rispetto alle diecimila lire del 2001, mentre a Palermo si possono consumare spendendo solo 6 euro. Tre euro di differenza, sei mila lire del vecchio conio, direbbe qualcuno, che moltiplicati nell arco di un anno fanno una bella cifra. Ma il tasto dolente resta la pizza: una margherita a Milano costa 7 euro (ma chi frequenta le pizzerie sa che può arrivare tranquillamente anche a 10) mentre a Napoli costa 4,50 euro. E proprio attorno alla pizza sono nati parecchi blog anche in internet. Sul sito www.petitiononline.com c è chi ha lanciato la petizione: “Abbassiamo i prezzi delle pizze al Nord!“, petizione che ha avuto grande seguito. Il proponente scrive: “Ciccillo il pizzaiolo di Napoli vende una margherita con ben un etto di mozzarella di bufala a 3,5 euro; la stessa pizza, ma con metà mozzarella, viene venduta a Milano per 7 euro! Quello che mi viene da pensare è questo: cosa abbiamo noi del Nord?“ e chiude le sue lamentele al grido: “Ci siamo stufati di questa situazione e ora è giunta per noi l ora di mangiare la pizza allo stesso prezzo!“. Lamentele più che legittime, tanto che il tema dei prezzi al ristorante o al bar tiene vivo il blog di Gambero rosso. C è chi racconta di aver preso un caffè con sfogliatella in un bar in provincia di Taranto per soli 80 centesimi (60 per il caffè, 20 per la sfogliatella alla crema, fresca!) E chi si stupisce che gli amici di Perugia si lamentino di prezzi che paragonati a quelli delle grandi città sono irrisori. E c è anche chi tira in ballo la moda: “Si riscoprono i piatti tipici? E allora che importa se anche una semplice cacio e pepe (ho detto cacio e pepe!) la si paga 8 euro? È tipica… Il pollo con i peperoni? 12 euro, ma è fatto secondo la ricetta di nonna!“. E c è chi saggiamente tira in ballo tutti i costi: materie prime, affitto, mano d opera e tasse: costi che incidono ovviamente sui prezzi del menù. Basta fare la spesa per saperlo perché se è vero che non esistono raffronti specifici sui generi alimentari sappiamo tutti che fare la spesa a Milano costa almeno tre volte in più che a Palermo! Per non parlare del costo del lavoro: un cameriere a ore in una pizzeria del sud che se ne torna a casa con 50 euro in tasca, senza contributi e affini, passa quasi inosservato, cosa che invece non avviene al Nord. E per restare in tema di cibo ci sono anche i dati della refezione scolastica che quest anno costerà 680 euro di media per le scuole d infanzia. Con profonde differenze tra Nord e Sud: se in Calabria bastano 478 euro per far pranzare un bimbo all asilo, in Emilia Romagna ne servono più di 1000 e in Lombardia poco meno. Così le famiglie milanesi e lombarde in genere si scoprono sempre più povere: il capoluogo sale sempre più nella graduatoria mondiale delle città più care, ma non solo. Le indagini tradizionali stimano la povertà sulla base del reddito, indipendentemente dai consumi. In realtà, a parità di reddito monetario tra settentrione e meridione, viene sottostimata la povertà del Nord perché non viene considerato il diverso livello dei prezzi. Per correggere questa distorsione, Luigi Campiglio, professore di Politica Economica all Università Cattolica, ha proposto in varie occasioni l introduzione del concetto di povertà economica, in base al quale le famiglie povere sono quelle per le quali il reddito disponibile è inferiore al valore dei consumi non durevoli, come i beni alimentari, i mezzi di trasporto e l abbigliamento. Si apre così una diversa prospettiva del divario tra Nord e Sud. Le famiglie appartenenti al ceto medio, residenti al Nord e non comprese nella fascia dei meno abbienti secondo le statistiche Istat, si collocherebbero al di sotto della soglia di povertà economica. Così finalmente la fotografia del Paese, e della sua povertà, sarebbe reale.

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