I 15 titoli che brindano al caro- barile
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fonte:
- Libero
MILANO “ Fate qualcosa “ , grida la Confartigianato, “ da due anni a questa parte il costo dell`energia per le imprese è aumentato del 35,3%. Il nuovo governo deve prevedere riforme strutturali del settore “ . Ma come può il governo fare riforme strutturali, si domanda invece il Codacons, se col carogreggio solo nel 2005 lo Stato ha sfilato dalle tasche dei cittadini la bellezza di 36 miliardi di euro tra Iva e accise? Senza contare, aggiungiamo noi, i maxi- dividendi che incassa annualmente dalle sue partecipate: di Eni la Cassa Depositi e Prestiti ha il 10% e il ministero dell`Economia il 20% mentre di Enel le quote sono rispettivamente del 10,3 e del 21,8%. Insomma, a qualcuno il carogreggio piace. In particolare agli azionisti dei titoli legati al prezzo del barile. Che non sono solo, per esempio, Eni ed Erg, ma anche le società energetiche come Enel e di pubblica utilità e di distribuzione come Snam Rete gas e Aem. E questo anche se l`energia elettrica si produce utilizzando soprattutto il gas. Uno strano meccanismo, piuttosto contorto, prevede che nella formazione del prezzo del gas venga conteggiato anche la quotazione del greggio. Così il prezzo del barile trascina con sé il costo del gas e quindi dell`energia elettrica, utilizzata dalle famiglie ma anche dalle imprese. Che a loro volta, domanda permettendo, aumenteranno i prezzi dei prodotti finali, scaricando sul consumatore le tensioni internazionali, il braccio di ferro Usa- Iran, e le battaglie nigeriane per il controllo dell`oro nero. Se la domanda è debole e le aziende non possono scaricare sul prezzo dei prodotti gli aumenti, si taglia dove si può, non si assume più e poi si licenzia. Cipputi, colletto bianco o meno, comunque ringrazia. Ieri il prezzo del petrolio ha registrato l`ennesima impennata. E in Piazza Affari volano i titoli oil- sensitive ma anche i fornitori di attrezzature e servizi, una quindicina in tutto. Aem ha guadagnato l` 1,28%, Eni lo 0,6%, Edison lo 0,46%, Saipem l` 1,49%, Erg il 3,6%. Tenaris il 4,60%, Trevi il 4,215 e Socotherm il 2,23%. Senza contare che gli energetici e i petroliferi di tutto il globo hanno archiviato due dei migliori anni della loro esistenza. In un suo studio sul mercato del petrolio datato metà 2004, Citigroup alzò le previsioni sui prezzi medi per il 2005 e il 2006. Prezzi che, secondo la banca, non avrebbero dovuto superare i 38 dollari al barile. Oggi abbiamo toccato quota 72. Chi rideva quando qualcuno dichiarava di aspettarsi l`oro nero sfondare il tetto dei 100 dollari deve rivedere il suo senso dell`umorismo. Ma se a chi decide non conviene abbassare i prezzi, in che modo si può evitare la speculazione sui prezzi dei future? Mesi fa chi scrive girò la domanda a Edgardo Curcio che da presidente dell`Associazione italiana economisti per l`energia rispose che il problema del prezzo del petrolio, depurato dalla parte speculativa, è soprattutto strutturale. La domanda, disse, è aumentata e tenderà a incrementarsi sempre di più. Il modo per sbloccare la situazione è quello di togliere il freno all`offerta, spingendo gli investimenti verso nuovi giacimenti. “ Non sono le riserve petrolifere a mancare, è l`attuale capacità produttiva a essere carente e questa non può certo migliorare senza nuovi investimenti “ , disse. Ma molti dei paesi in cui si trova il greggio attraversano, probabilmente non a caso, momenti spesso drammatici. E questo mentre le compagnie petrolifere sono bloccate dalle guerre e dall`instabilità politica che regnano nei territori in cui operano. Secondo Curcio in questo scenario la Russia può giocare un ruolo importante. “ Sono molte le compagnie straniere che cercano di entrare nel mercato russo anche attraverso joint- venture. Anche lì si è arrivati alla massima capacità produttiva e se il governo continuerà sulla strada dell`apertura verso i privati e l`estero, il paese potrebbe aumentare notevolmente il suo peso sulla scena internazionale “ .
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