14 Aprile 2006

Export italiano: ripresa, ma pesa l`energia

Spiragli di luce per il made in Italy. Grazie alla ripresa di Eurolandia, e in particolare della locomotiva tedesca, l`export italiano rialza la testa. E il deficit commerciale dell`Italia continua a ridursi, anche se resta alto, con le importazioni gonfiate a dismisura dai rincari del petrolio e del gas. A febbraio il saldo commerciale nei confronti dei Paesi dell`Unione europea era ancora in rosso per 388 milioni di euro. Meno dei 483 milioni di disavanzo di gennaio, ma quasi il doppio dei 216 milioni di un anno prima. Con segnali di miglioramento, come il +12,2% delle esportazioni verso la Ue a febbraio, poco distante dal +13,3% dell`import dagli stessi Paesi. Il rosso di febbraio è invece di 2,962 miliardi nei confronti dei paesi extra-Ue: lontano dal deficit record di oltre 4 miliardi toccato a gennaio, ma comunque più che doppio rispetto agli 1,355 miliardi del febbraio 2005. E le importazioni (+20,5%) continuano a marciare più dell`import (+14,4%). Numeri che ? spiegano all`Istat ? “mostrano una buona vivacità degli scambi nelle entrate e nelle uscite con i maggiori partner europei“, anche se ancora “la vivacità delle esportazioni è superata da quella delle importazioni“. Un fenomeno in atto da tempo, e sul quale pesano i rincari dei prodotti energetici che l`Italia è costretta a importare, petrolio e gas, che gonfiano il valore delle importazioni italiane. Tanto che il rosso di oltre 7 miliardi del bimestre gennaio-febbraio 2006, “se togliamo l`effetto dei prodotti energetici ? ha detto un altro funzionario ? diventa positivo per 1,617 miliardi“. Numeri che parlano chiaro, quelli dell`import energetico: sia dalla Ue (+69,7% su base annua per i minerali energetici, +46,6% per i petroliferi raffinati), sia dal resto del mondo (+85,1% l`import dei prodotti petroliferi raffinati, +60,2% il petrolio greggio, +58,1% il gas naturale). Per contro, l`export è in aumento un po` per tutti i settori economici. E sono tornati a comprare italiano i maggiori partner europei, dai quali dipende in larga parte l`andamento della nostra produzione. Le esportazioni di febbraio segnano così +13% verso la Germania, +9,1% verso la Francia, +11,4% verso la Spagna e, in valore assoluto, +71% verso Cipro e +62,5% verso la Lituania. Il dato tedesco ? commenta il vice-ministro alle Attività produttive con delega al Commercio estero Adolfo Urso ? “è il segnale più importante della ripresa del made in Italy“, e la locomotiva europea “contribuirà a una forte crescita dell`Europa e certamente dell`Italia poiché noi siamo il principale partner commerciale della Germania“. Diverso il parere del Codacons: considerare il dato di gennaio positivo, “solo perché registra un miglioramento“ rispetto al record di gennaio, e quindi “è meno peggio del peggio del peggio, non ci pare una grande trovata“. E sono ancora gli elevati prezzi del petrolio e il deficit record delle partite correnti degli Stati Uniti i rischi più insidiosi per la crescita mondiale, che nonostante tutto si mantiene su livelli buoni. Sulla base delle previsioni del vicedirettore delle Ricerche del Fondo monetario internazionale, David Robinson, un ulteriore incremento del 10% delle quotazioni del greggio potrebbe “comportare una minor crescita pari all`1-1,5%“ su scala globale. In più, secondo il quadro che emerge dai primi tre capitoli del World Economic Outlook 2006, il disavanzo degli Usa “aumenta i rischi di svalutazione del dollaro, che potrebbe spingere al rialzo i tassi d`interesse americani e sfociare possibilmente in una recessione“. I prezzi del petrolio, nello scenario più verosimile, si terranno ancora su quotazioni elevate per “gli investimenti scarsi e la domanda sostenuta“, aggiunge ancora Robinson nella conferenza di presentazione del rapporto. Gli economisti del Fondo, sottolineano infatti che “con una limitata capacità in eccesso, l`equilibrio tra scorte e domanda è stimata su livelli molto tesi nel medio periodo, con i prezzi del petrolio che si manterranno intorno agli attuali livelli“. Gli squilibri globali, si legge ancora, sono emersi prima che iniziasse l`attuale choc dei prezzi, anche se alcuni fenomeni si sono accentuati per gli alti costi energetici che hanno portato al peggioramento del deficit delle partite correnti Usa, solo per fare un esempio, pari allo 0,5% nell`ultimo biennnio. In più, l`incremento del costo delle importazioni di greggio nel periodo 2002-2005 è stato pari al 4% del Pil nel caso della Cina e a oltre l`1% quanto al Pil statunitense. Al contempo, gli alti prezzi del petrolio hanno ridotto il surplus di bilancio dei Paesi esportatori (non di greggio), soprattutto in Asia, mentre i risparmi dei produttori dell`oro nero hanno contribuito al mantenimento al ribasso dei tassi d`interesse che “hanno sostenuto la domanda nelle economie basate sui mercati finanziari“. Negli Usa, i rendimenti dei T- Bond sono stati mediamente limati dello 0,75-1%. I tassi d`interesse bassi hanno favorito la crescita degli asset finanziari delle società nei Paesi del G7 al record di 1.300 miliardi di dollari nel 2003-2004 (con investimenti esteri in fase crescente), più del doppio del surplus accumulato nello stesso periodo dai Paesi emergenti e in via di sviluppo. Gli squilibri, rileva l`Fmi, possono essere recuperati, anche se più lentamente che in passato, con politiche adeguate sia nei Paesi produttori sia consumatori, mirate quanto ai primi alle riforme strutturali e alle spese per sostenere la crescita e, quanto ai secondi, all`ottimizzazione dei consumi energetici e alla riduzione della dipendenza dal petrolio.

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