3 Gennaio 2006

Don Musi racconta l`angoscia di famiglie “normali“

Una parrocchia per sostegno Coteto, Don Musi racconta l`angoscia di famiglie “normali“



LIVORNO. Superata la mezzanotte, e abbandonata con le feste la retorica della bontà a tutti i costi, c`è chi torna a fare i conti con i numeri e a liberare il pessimo umore: il primo dono del 2006 alle famiglie sarà un incremento delle bollette, tra luce gas e servizi, di 700 euro (fonte: Intesaconsumatori); vale a dire un salasso fatale per chi si trova in malo equilibrio sul ciglio della “nuova“ povertà. Una realtà che strozza i mesi di molte famiglie, anche “insospettabili“. Don Luciano Musi ne sa qualcosa. è il custode della chiesa di San Giovanni Bosco, in Coteto, e assiste più di tremila persone. La carità che lui e i numerosi volontari mettono in moto è un avvistatore puntuale sul disagio, vecchio e “nuovo“. Ci tiene a sottolineare la sua formazione da “maremmano doc“ (“sono un panzer“, dice di lui), e nel quartiere in molti ne apprezzano la caparbietà e lo spirito d`inziativa. è un prete d`azione, si potrebbe dire, che pian piano invito all`analisi. Chi sono questi nuovi poveri? “Sono famiglie giovani – racconta – spesso monoreddito, normali, con figli, che non ce la fanno ad andare avanti. E con pudore, se non vergogna, si affacciano per chiedere un aiuto“. Generi alimentari, vestiti. “In città sono aumentati – sottolinea Don Luciano – e sebbene l`emergenza riguardi ancora una piccola parte, l`insidia della crisi – che produce poi ansia, paura di non farcela, disgregazione – è un male molto più diffuso di quello che si crede“. Dunque, la domanda è: quanto ci vuole per diventare poveri? Quando si può cominciare a parlare di povertà? “L`ossessione al consumo aggrava la nostra percezione del bisogno. Se io devo avere “per forza“ il cellulare, l`auto, un certo tipo di vestiti e così via, sarò sempre costretto a una mancanza, a una necessità che molto probabilmente non sarò in grado di soddisfare“. Quando si supera il limite si chiede aiuto. Rivolgersi a una parrocchia, alla Caritas e ad altri istituti di carità è un gesto in qualche modo consapevole; vuoi o non vuoi apri al mondo (seppur quello circoscritto al territorio di appartenenza) i tuoi problemi. Ma la disperazione spesso approda verso altri lidi. Dice Don Luciano: “Sappiamo bene a cosa porta l`angoscia di non arrivare a fine mese: a chiedere aiuto agli usurai, a dare retta a persone che sanno solo approfittare delle tue sventure. Il contrario esatto di quello che cerchiamo di fare noi: offrire una comunità“. Aiutarsi a vicenda, parlare, ascoltare. Ma: Don Luciano è un prete, e come tale il suo ragionamento e la sua coerenza hanno una sintesi comune: la fede in Dio. Eppure, così come ci racconta, sono molti anche i non credenti (o i fedeli di altre religione, si pensi ai migranti) ad attraversare la porta della sua chiesa. E lì restano, pur mantenendo le loro convinzioni. Tutti: coloro che aiutano e coloro che sono aiutati. Dunque, oltre alla povertà, cosa c`è di “nuovo“? Il tempo, risponde Don Luciano. “Un modo diverso, se non addirittura opposto, di vivere il proprio tempo, l`attenzione agli altri e a noi stessi. Dobbiamo imparare alla costrizione inconscia alla fretta“. La fretta. Oggigiorno sembra essere più un fine che un mezzo. “Facciamo di tutto per andare di corsa“. Don Luciano, per dimostrare questa tesi, porta l`esempio della solidarietà. “è di gran moda. Da Telethon allo Tsunami a tante altre. Un sms e via, l`aiuto è dato. Ma questo, a parer mio, è l`esatto contrario della carità. è un disimpegno. Non mi piace neanche tutto il trambusto buonista che si solleva durante le feste come quelle appena trascorse. La nostra comunità sta insieme tutti i santi giorni, sebbene abbia pochissima attenzione da parte delle autorità locali“. Don Luciano è un “politico“, viene da pensare. Si domanda come si può incidere sul territorio, a quale partecipazione può invitare una parrocchia come la sua. Ha studiato con padre Turoldo, don Milani, Giorgio La Pira. Sa distinguere il clero dalla preghiera, l`obbedienza ai superiori dalla vocazione individuale. Rifiuta il moralismo. “Non si va avanti, a fare la morale. Io non voglio comandare, ma capire. Aiutare senza chiedere“. Dunque: colpisce di più il lavoro di questa parrocchia e dei suoi amici o il vuoto della politica che Don Luciano e i volontari sono chiamati (per vocazione) a riempire?.

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