31 Ottobre 2005

L`arte di combattere contro se stessi

“La settimana scorsa ho battuto un dito sulla spalla di un tizio e siamo stati messi in lista per un combattimento. Lui doveva aver avuto una settimana tutta storta, mi ha inchiodato le braccia dietro la testa e mi ha sbattuto la faccia contro il pavimento finchè i denti non mi hanno squarciato l`interno della guancia e un occhio mi si è gonfiato tanto che mi si è chiuso e si è messo a sanguinare e dopo che ho detto basta ho guardato giù e sul pavimento c`era un`impronta della metà della mia faccia nel sangue…. Non c`è essere vivi come sei vivo al fight club“ (da Chuck Palahniuk Fight Club, Mondadori editore aprile 2003). Il 29 maggio di quest`anno il Codacons ha chiesto che venisse vietato ai minori di 14 anni uno spettacolo di wrestling che si doveva tenere il 4 giugno a Roma e che avrebbe attirato migliaia di ragazzini da tutta Italia.L`associazione, segnalando diversi casi di incidenti gravissimi occorsi ai lottatori, esprimeva il timore che si moltiplicassero quelli causati dall`emulazione, come è accaduto in Valsugana dove un bimbo di 5 anni che è stato assalito da un compagno, o a Verona dove uno di 12 anni è caduto a terra tramortito dal un colpo di un amichetto.Malgrado ciò il boom del wrestling, moltiplicato dalla tv, continua a far proseliti come altre discipline “di moda“ come il kickboxing. Proprio tenendo conto di questi fenomeni può essere interessante lo stage di aikido che si tiene a Milano (28-30 ottobre) presso l`associazione “A ke lei naa“ (via Imbonati 17) e che propone una visione molto diversa. Ne parliamo con Giovanni Frova che sarà l`animatore dello stage (e che per la Luni Editrice ha tradotto l`opera omnia di Itsuo Tsuda). Di che cosa si tratta e in che cosa l`aikido differisce dalle altre arti marziali? Ho praticato per più di 20 anni l`aikido che ha presentato in Europa il maestro Itsuo Tsuda. Oggi si pensa che l`aikido sia un`arte marziale come le altre, ma a me aveva interessato proprio perché c`era una differenza, e questa differenza stava nel fatto che non si cercava di proporre un`arte che sviluppasse la forza, la capacità di combattere con gli altri, bensì una pratica che potesse diventare uno strumento di ricerca dentro di sé, che ci avvicininasse man mano alla nostra verità interiore e che ci permettesse di incontrare altre persone diverse da noi. Com`è possibile scoprire la propria realtà interiore attraverso un`attività fisica che, per quello che appare, richiama lo scenario delle arti marziali: ci sono prese, attacchi, immobilizzazioni? Diciamo che quando uno cerca dentro di sé può fare un percorso strettamente intellettuale o cercare un risveglio della sensibilità, un contatto con il proprio corpo, con quello che sentiamo. L`aikido è un modo di risvegliare questa sensibilità. È quindi qualcosa di estremamente concreto, non un percorso astratto. Lei parla di “contatto“ ma oggi si sente parlare soprattutto di “full contact“, il “contatto“ che viene proposto in realtà è un “impatto“, uno scontro. Effettivamente in un`arte di combattimento si privilegia l`aspetto dell“`efficacia“ e di “potenziamento“ per potersi imporre sugli altri. È una logica comune non solo al mondo delle arti marziali ma a tutta questa società in cui per farsi spazio, per poter sopravvivere, per poter dire “io esisto“, c`è bisogno di imporsi sugli altri, di dimostrare di essere più forti, più capaci, più colti: in ogni ambito c`è sempre un “più“ che emerge. La logica prevalente è quella dello scontro, del confronto, ma perché ci sia un reale incontro fra le persone bisogna fare un passo indietro, in qualche maniera mettere a tacere l“`Io“ che siamo per poter ascoltare l`altro: in questo senso anche il movimento cambia, più che colpire, accoglie. C`è un`attenzione portata alla persona che abbiamo di fronte, al suo ritmo, alla sua respirazione.L`aikido è un`arte della respirazione e attraverso la respirazione ci si puo` incontrare, unire e poi anche separare. Attraverso la scoperta del diverso da noi, possiamo scoprire anche una pienezza che altrimenti non sentiamo più, sentirci partecipi di una realtà molto più grande di noi. Nell`aikido ci sono delle forme, dei “kata“. Come è possibile trovare la “fusione“ di cui lei sta parlando attraverso dei “kata“? In ogni arte giapponese il “kata“ è la base, sia la forma che la struttura. Anche nell`aikido ci sono delle forme, delle regole. È però interessante sapere che le forme si possono superare, che non sono fini a se stesse. Nel mondo dei marzialisti è piuttosto comune il discorso che sostiene che un`arte marziale, per essere considerata “vera“ o sincera, dev`essere anche efficace e verificabile in un contesto di combattimento. Se c`è troppa intesa o armonia tra i praticanti facilmente essa viene bollata come “finta“ e inefficace, come se fosse solo una specie di “accordo“ fra i partner a conferirle un`apparente validità. A me l`efficacia non interessa, ma non per questo la mia pratica mi sembra meno veritiera. Forse è una verità d`altro tipo quella che cerco, e non la cerco da solo ma “insieme“ alla persona con cui pratico; è una verità più profonda che mi invita a scavare dentro di me con tutta la sincerità di cui sono capace. Non tento di mascherare, con le mie conoscenze tecniche o la mia esperienza, la persona che sono, l`umanità che sono, qui, ora, in questo istante. Quindi le tecniche, le prese, gli attacchi sono solo lo strumento attraverso il quale può succedere qualcosa, il mezzo attraverso cui accedere al patrimonio umano che esiste in tutti noi. L`aspetto più importante dell`aikido per me è proprio l`incontro di umanità diverse, l`incontro di due persone che altrimenti forse non riuscirebbero a dialogare. Ma moltissime persone si avvicinano alla arti marziali cercando un`efficacia, un mezzo per reagire per esempio ad un`aggressione. Che rapporto c`è fra questa esigenza e quello che fate voi? Credo che in situazioni di emergenza, quando corriamo un pericolo, quando si viene aggrediti da qualcuno, quello che fa sì che riusciamo a liberarci, a trarci d`impaccio, a salvarci la vita, penso che difficilmente sia qualcosa che si possa ricondurre a una tecnica appresa. È piuttosto un istinto, un istinto di sopravvivenza, un desiderio di vita, una vitalità… e anche una decisione interiore. In una situazione pericolosa, una persona decisa, sveglia e fisicamente presente saprà come muoversi molto meglio di una cintura nera incapace però di agire spontaneamente. Si tratta quindi di risvegliare l`istinto assopito. Perché Tsuda chiamava l`aikido “via della spoliazione“? Un`idea molto diffusa è quella che per vivere meglio, per sentirci meglio nella propria pelle, abbiamo bisogno di accrescerci, di diventare più ricchi, avere un maggior bagaglio di conoscenze ecc. Tsuda al contrario proponeva un cammino di spoliazione nel senso che prendendo coscienza del fatto che siamo già fin troppo carichi di tutto, di nozioni, di conoscenze, di idee ecc. ci accorgiamo che questo carico, inutile al 99%, ci impedisce di sentirci liberi. La sensazione di libertà infatti aumenta man mano che abbandoniamo dei pesi, che lasciamo la presa su tutta una serie di cose che sostanzialmente restringono il campo della nostra vita. Delle difese? Anche le difese, ma attenzione non tutte! Sin da piccoli siamo obbligati a difenderci da aggressioni di ogni tipo e ci siamo creati delle vere e proprie corazze. Era necessario per poter sopravvivere. Alcune di queste difese, però, a un certo punto diventano inutili e se lasciamo agire la saggezza inconscia del nostro corpo pian piano esso si libera di ciò che non serve più. Vorrà anche dire che il nostro mondo interiore è diventato più forte, che il nostro corpo ha ritrovato una vitalità, un asse centrale e una fiducia che aveva smarrito. Info: 338 6379242 oppure 02 29001396.

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